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Editoriali

Hormuz, il nuovo disordine mondiale

Ian Bremmer ha pubblicato sul Corriere della Sera un editoriale in cui sostiene che la guerra tra Stati Uniti/Israele e Iran non abbia solo provocato una crisi regionale, ma stia accelerando un profondo riassetto degli equilibri mondiali.

Scrive Bremmer: ”Le ripercussioni della guerra appaiono più immediate e devastanti, ovviamente, nella regione in cui viene combattuta. Il conflitto ha spinto molti Stati arabi del Golfo a considerare ormai inefficace e superato il Consiglio di cooperazione del Golfo (GCC), un accordo diplomatico, economico e difensivo piuttosto approssimativo, da sempre travagliato da conflittualità interne. Per gli Emirati Arabi Uniti, che il 28 aprile hanno annunciato di voler ritirarsi dall’opec, dopo quasi sessant’anni di partecipazione, la guerra ha aggravato le rivalità con i sauditi. Gli Emirati hanno deciso di avvicinarsi a Israele su questioni di intelligence, tecnologia e sicurezza, nella speranza di paralizzare il regime di Teheran. L’arabia Saudita, dal canto suo, punta a rafforzare i legami sul piano militare con una potenza nucleare come il Pakistan, ma anche con Egitto e Turchia, e a gettare nuovi ponti con la Cina. Entrambi questi blocchi intendono conservare stretti rapporti di sicurezza con gli Usa, anche se ben presto vedremo slittare gli sforzi di coordinamento nei processi decisionali in tutto il Medio Oriente”.

E continua: ”Ma c’è un’altra svolta importante nei riguardi della Cina, innescata dalla guerra americana in Medio Oriente. I leader iraniani e il mondo intero hanno capito quanto sia facile e poco oneroso chiudere quell’arteria strategica chiamata Stretto di Hormuz. La guerra ha suonato il campanello d’allarme per altri nodi nevralgici, come lo stretto di Bab al-Mandab, che separa lo Yemen dalla costa africana, e persino lo Stretto di Malacca nel Sud-est asiatico. La Cina è oggi il leader mondiale nelle energie sostenibili, auto elettriche e batterie, come pure nei minerali e nei processi industriali per la loro lavorazione. Lo spostamento storico verso le energie rinnovabili ha trasformato Pechino in un partner commerciale molto più interessante per i principali importatori mondiali del settore. Siamo tutti a caccia di nuovi approvvigionamenti energetici, e questo si traduce in un vantaggio a breve termine per gli Stati Uniti, il maggior produttore mondiale di idrocarburi, e per il dollaro americano. Ma il perdurare dell’insicurezza e della vulnerabilità nelle forniture di gas e petrolio, evidenziate dal conflitto in Medio Oriente, crea enormi opportunità a lungo termine per la Cina”.

Il punto centrale è che la chiusura dello Stretto di Hormuz ha mostrato quanto sia fragile l’economia globale: bastano pochi “colli di bottiglia” strategici per mettere sotto pressione commercio, energia e stabilità internazionale. Questo rende il mondo più vulnerabile a ricatti geopolitici.

Secondo Bremmer, le conseguenze principali sono:

  • Frammentazione del Medio Oriente: gli Stati del Golfo stanno prendendo strade diverse. Gli Emirati si avvicinano a Israele per contrastare l’Iran, mentre l’Arabia Saudita cerca nuove alleanze con Pakistan, Egitto, Turchia e soprattutto Cina. Il vecchio equilibrio del GCC appare indebolito.
  • Crisi della fiducia negli Stati Uniti: gli alleati europei e asiatici vedono Washington come una potenza imprevedibile sotto Trump. Gli europei, già preoccupati dalla guerra in Ucraina, iniziano a pensare a una difesa autonoma dalla Nato, temendo persino un futuro accordo Usa-Russia.
  • Crescita dell’influenza cinese: la Cina emerge come il principale beneficiario strategico della crisi. Da un lato può sfruttare l’incertezza americana; dall’altro la vulnerabilità delle rotte petrolifere accelera la transizione energetica, settore in cui Pechino è già dominante (batterie, auto elettriche, energie rinnovabili, minerali strategici).
  • Nuova geografia della sicurezza globale: Hormuz diventa il simbolo di un problema più ampio. Anche altri passaggi strategici — come Bab el-Mandeb o Malacca — potrebbero essere usati come strumenti di pressione economica e politica.

La conclusione dell’articolo è che il conflitto in Medio Oriente potrebbe avere effetti geopolitici più profondi di qualsiasi crisi successiva alla Guerra fredda: non tanto per la guerra in sé, quanto perché accelera la disgregazione delle vecchie alleanze e la nascita di un ordine mondiale più instabile, multipolare e competitivo.

12 maggio 2026