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Editoriali

La trappola reciproca

Federico Rampini ha pubblicato sul Corriere della Sera un editoriale in cui analizza la complessa crisi geopolitica ed energetica tra Stati Uniti e Iran, focalizzandosi sulle tensioni nello Stretto di Hormuz.

Sostiene Rampini che la situazione è molto in stallo e che: ”un mistero è il ritardo della risposta americana. Che il regime iraniano potesse bloccare Hormuz come risposta a un attacco, è cosa nota dal 1980. Perché il Pentagono non ha contemplato il contro-piano per garantire sicurezza e libertà di navigazione fin dalle prime ore della sua offensiva, onde evitare che Teheran prendesse in ostaggio i due terzi dell’economia mondiale? Il contro-piano in effetti esiste, sono appunto le scorte militari per i convogli delle petroliere. Non è una soluzione nuova, la usò Ronald Reagan alla fine degli anni Ottanta quando Hormuz era sotto minaccia per la guerra Iran-iraq. Allora funzionò, sia pure in assenza di droni e altre tecnologie odierne di cui dispone la Guardia della Rivoluzione Islamica. Ma perché aver aspettato fin qui, avendo accumulato settimane di ritardi negli approvvigionamenti petroliferi, che rischiano di ripercuotersi sui Paesi consumatori anche se le forniture dovessero riprendere? Alcune cause dietro il ritardo del Pentagono sono ovvie. La scorta della U.S. Navy è un’operazione non priva di rischi e costosa. La marina militare degli Stati Uniti resta la più potente del mondo ma ha subito una cura dimagrante, i suoi ammiragli devono essere parsimoniosi, nonché tener presente l’eventualità di intervenire su altri scenari di crisi (Taiwan). La Casa Bianca può aver ritardato la missione navale per altre due ragioni plausibili. La prima: Trump forse ha sottovalutato la resilienza del regime iraniano, lo ha considerato spacciato dopo la decapitazione dei leader e la distruzione di molti suoi arsenali bellici. La seconda: l’america importa pochissimo dal Golfo, quindi Trump pensava di scaricare il problema Hormuz su chi di quello Stretto ha un bisogno vitale cioè Cina, India, Giappone, Europa. L’america affronta questa crisi energetica in una posizione invidiabile, come non la conosceva dai tempi della guerra di Suez nel 1956: ha l’autosufficienza energetica, è la più grande potenza produttrice ed esportatrice di gas e petrolio. In teoria può stare alla finestra e godersi lo spettacolo di una Cina molto più esposta ai rischi di penuria energetica. Può anche godersi lo spettacolo d’impotenza degli alleati europei e giapponesi, dicendo: lo vedete che dovete riarmarvi? Questo scenario, per quanto seducente per Trump, è semplicistico. L’economia Usa è la meno vulnerabile di fronte a questo shock energetico, ma non del tutto immune. I prezzi interni della benzina per gli automobilisti americani per adesso sono risaliti solo ai livelli del 2022 (e chi si ricordava che l’ultima crisi energetica accadde solo quattro anni fa?) ma comunque sono in rialzo perché le compagnie petrolifere Usa vendono al mondo intero e in qualche misura i prezzi internazionali contagiano quelli interni. Alcuni prodotti della raffinazione degli idrocarburi, come i fertilizzanti, rincarano anche per l’agricoltore del Midwest. Infine, se l’america vuole conservare un vantaggio strategico su rivali come la Cina, se vuole mantenere intatta la coalizione di Stati arabi che l’appoggiano anche in questa guerra, non può disinteressarsi di Hormuz e della libertà di navigazione”.

Ecco una sintesi dei punti principali trattati dall’autore:

1. La metamorfosi del conflitto

Rampini osserva come lo scontro sia passato da una fase puramente militare a una “guerra geo-economica” basata su ricatti incrociati. L’Iran, non potendo bloccare fisicamente lo Stretto di Hormuz, usa droni e motoscafi per minacciare le petroliere, imponendo una sorta di “pizzo” (costi assicurativi e rischi elevati) al commercio mondiale. Gli USA rispondono con l’embargo per strangolare l’economia iraniana.

2. L’enigma del ritardo americano

L’autore si interroga sul perché il Pentagono abbia aspettato così tanto prima di attivare il “Piano B” (le scorte militari per le petroliere), pur sapendo che Hormuz è un punto debole dal 1980. Vengono ipotizzate diverse ragioni:

  • Risorse limitate: La U.S. Navy, pur potente, è stata ridimensionata e deve gestire altre crisi (come Taiwan).
  • Sottovalutazione: Trump potrebbe aver sopravvalutato l’impatto dei colpi inferti al regime, credendolo vicino al collasso.
  • Cinismo strategico: L’America è oggi energeticamente autosufficiente. Trump potrebbe aver sperato di scaricare il problema sui Paesi che dipendono dal petrolio del Golfo (Cina, Europa, Giappone), costringendoli a riarmarsi o a subire i costi della crisi.

3. Il limite dell’isolazionismo energetico

Nonostante l’indipendenza energetica metta gli USA in una posizione invidiabile, Rampini sottolinea che l’economia americana non è totalmente immune: i prezzi internazionali del petrolio influenzano comunque i costi interni (benzina, fertilizzanti). Inoltre, per mantenere la leadership globale e le alleanze arabe, Washington non può disinteressarsi della libertà di navigazione.

4. La resilienza dell’Iran e il ruolo della Cina

Il regime dei pasdaran resiste più del previsto, grazie anche agli acquisti clandestini di petrolio e al supporto militare della Cina. Un possibile punto di svolta viene individuato nel prossimo summit tra Trump e Xi Jinping, dove il dossier iraniano sarà centrale.

5. La fragilità di Trump e il fronte interno

Rampini conclude analizzando la debolezza politica di Trump. Nonostante la potenza militare, il Presidente soffre di un forte calo di consensi interni. Con le elezioni di Midterm (novembre) alle porte, il rischio di una disfatta elettorale limita il suo raggio d’azione. Sebbene Trump sia propenso a “dichiarare vittoria e andarsene”, l’inizio della battaglia navale per Hormuz indica che quel momento non è ancora arrivato.


In sintesi: L’editoriale descrive una partita a scacchi pericolosa dove l’arroganza di Trump si scontra con la resistenza asimmetrica dell’Iran, mentre i grandi competitor (Cina) e gli alleati osservano un’America che, pur essendo energeticamente forte, fatica a gestire il ruolo di gendarme mondiale senza logorarsi politicamente.

5 maggio 2026