Lucrezia Reichlin ha pubblicato sul Corriere della Sera un editoriale in cui scrive della decisione presa dalle banche centrali di non modificare il livello dei tassi di interesse.
Sostiene Reichlin: ”Per la Banca centrale europea — così come per Giappone e Regno Unito — il quadro si presenta particolarmente complesso. L’area euro affronta simultaneamente pressioni inflazionistiche e un rallentamento dell’attività economica, aggravato dal deterioramento delle ragioni di scambio dovuto all’aumento dei prezzi dell’energia. In questo contesto, ogni decisione comporta costi elevati: un rialzo dei tassi rischierebbe di indebolire ulteriormente la crescita, mentre un taglio potrebbe disancorare le aspettative di inflazione. Il trade-off tra stabilità dei prezzi e sostegno all’economia reale è oggi più gravoso per Christine Lagarde che per il futuro governatore della Fed, Kevin Warsh, che opera in un contesto economico più favorevole”.
Continua Reichlin: ”Ma è proprio da qui che emerge la lezione principale. Se l’Unione Europea si dotasse di un ambizioso piano di investimenti in innovazione capace di rilanciare la produttività, l’effetto non sarebbe solo sulla crescita. Nel medio periodo, una maggiore produttività contribuirebbe anche a ridurre le pressioni inflazionistiche, rendendo meno costoso il tradeoff che oggi vincola la Bce”.
Le principali banche centrali delle economie avanzate — Stati Uniti, eurozona, Regno Unito e Giappone — hanno quindi scelto di mantenere invariati i tassi di interesse, nonostante un’inflazione ancora superiore ai target (con l’eccezione temporanea del Giappone). Questa decisione appare sorprendente perché le condizioni economiche sono molto diverse tra le varie aree: crescita più solida negli Usa, stagnazione o debolezza in Europa, Regno Unito e Giappone.
Il fattore che accomuna tutti è l’incertezza geopolitica, in particolare il rischio di una crisi energetica legata al conflitto con l’Iran e alle possibili conseguenze sullo stretto di Hormuz. I mercati scommettono su una soluzione rapida, ma le banche centrali restano caute, temendo effetti duraturi sui prezzi dell’energia.
Su questo sfondo emerge una divergenza strutturale: gli Stati Uniti beneficiano di una forte crescita della produttività, sostenuta da investimenti e intelligenza artificiale, e della loro posizione di esportatori netti di energia. Al contrario, Europa, Regno Unito e Giappone sono importatori di energia e soffrono di una produttività stagnante. Questo divario rende l’inflazione strutturalmente più difficile da contenere fuori dagli Usa.
Ne consegue che, mentre negli Stati Uniti si discute di una possibile politica monetaria più accomodante, altrove il trade-off tra lotta all’inflazione e sostegno alla crescita è molto più severo. In Europa, in particolare, la Banca Centrale Europea si trova intrappolata: alzare i tassi danneggerebbe ulteriormente l’economia, tagliarli rischierebbe di disancorare le aspettative di inflazione. Un dilemma più gravoso rispetto a quello della Federal Reserve, che opera in un contesto economico più favorevole.
La tesi centrale dell’editoriale è che la politica monetaria da sola non basta. Reichlin sostiene che l’Europa deve dotarsi di una politica fiscale comune capace di sostenere grandi investimenti in innovazione. Aumentare la produttività non solo rilancerebbe la crescita, ma ridurrebbe nel medio periodo le pressioni inflazionistiche, rendendo meno costoso il compito della Bce.
Richiamando ricerche condotte con Luca Fornaro e Veronica Guerrieri, l’autrice mostra come investimenti in innovazione possano innescare un circolo virtuoso: minori costi, inflazione più bassa, politica monetaria più espansiva e ulteriore stimolo agli investimenti.
Conclusione: per difendere la credibilità della Bce e mantenere l’inflazione vicino al 2%, l’Europa deve affiancare alla politica monetaria una vera politica fiscale europea, orientata all’innovazione. È una sfida che nessuno Stato può affrontare da solo, ma che l’Unione nel suo insieme può — e deve — assumersi.
3 maggio 2026





