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Economia

Cosa ci siamo persi nel Pnrr

Il Foglio ha publicato un articolo basato sul dossier Assonime-Openpolis, offre una critica profonda e strutturata all’attuazione del PNRR in Italia. La tesi centrale è che il Piano non stia fallendo per mancanza di fondi o per il mancato rispetto formale delle scadenze (le “carte” mandate a Bruxelles), ma per l’incapacità di generare un cambiamento reale e strutturale nel Paese.

Si scrive su Il Foglio: ”La prima grande sconfitta è questa: il Pnrr è sparito dal dibattito pubblico. Assonime lo dice con chiarezza. L’attenzione si è concentrata quasi esclusivamente sulla necessità di finire i progetti entro il 2026 per non perdere fondi. Ma le tre priorità trasversali originarie – donne, giovani, Mezzogiorno – sono finite ai margini. Doveva essere il piano per ridurre i divari di genere, territoriali e generazionali. E’ diventato il piano per non mancare la prossima scadenza. Un dettaglio racconta bene il ribaltamento: le norme sui bandi Pnrr prevedevano una quota del 30 per cento di assunzioni riservata a giovani e donne, ma la normativa consentiva nove diverse deroghe e, secondo i dati richiamati dal dossier, quasi due terzi dei bandi, il 64 per cento, non hanno rispettato quella quota. Non è un incidente. E’ la fotografia di un paese che proclama obiettivi trasformativi e poi costruisce subito le scorciatoie per non rispettarli”.

Ecco i punti chiave della sintesi:

1. Dalla “Riforma” alla “Rendicontazione”

Il rischio maggiore evidenziato è che il PNRR sia diventato un mero esercizio burocratico. L’Italia è stata brava a rispettare i milestone formali per ottenere le rate, ma ha perso di vista l’obiettivo politico: modernizzare il mercato del lavoro, ridurre i divari e potenziare l’istruzione. Il Piano è “sparito dal dibattito pubblico” per trasformarsi in una corsa affannosa alla rendicontazione.

2. Il fallimento delle priorità trasversali

Le tre priorità originarie — donne, giovani e Mezzogiorno — sono finite ai margini.

  • Quote assunzioni: nonostante l’obbligo del 30% di assunzioni per giovani e donne nei bandi, il 64% dei casi ha fatto ricorso a deroghe, annullando l’effetto trasformativo della norma.
  • Divari territoriali: le aree più deboli (Sud) sono proprio quelle che hanno fatto più fatica a intercettare le risorse e a progettare interventi.

3. Mercato del lavoro e formazione (Programma GOL)

Nonostante i numeri dichiarati siano positivi (oltre 3 milioni di beneficiari raggiunti), la qualità è carente:

  • Quantità vs qualità: si misura il numero di persone “profilate” o che hanno frequentato moduli base, non quante hanno effettivamente trovato un lavoro stabile.
  • Efficacia: il sistema funziona per chi è già vicino al mercato del lavoro, ma fallisce con i soggetti più fragili (disabili, NEET, donne svantaggiate).
  • Formazione: Spesso generica e poco allineata ai reali fabbisogni delle imprese.

4. Istruzione: ITS e Scuole

  • ITS Academy: nonostante 1,5 miliardi investiti, il numero di iscritti resta bassissimo rispetto alla media europea e alle università telematiche. Gli ITS non sono ancora percepiti come un’alternativa d’eccellenza, rimanendo “piccoli” e isolati dal sistema universitario.
  • Asili nido e mense: gli obiettivi iniziali sono stati drasticamente ridimensionati (da 264mila a 150mila nuovi posti per gli asili). Il problema non è solo costruire i “muri” (finanziati dal PNRR), ma gestire il servizio (personale e costi correnti), sfida che molti Comuni non riescono a sostenere.

5. Imprese e burocrazia

L’Italia non ha fatto progressi significativi sulle riforme di contesto: giustizia civile, concorrenza e riduzione della burocrazia. Senza queste basi, gli investimenti del PNRR rischiano di produrre solo una “fiammata” temporanea di crescita e non uno sviluppo stabile.

6. Monitoraggio e trasparenza

Il dossier segnala gravi carenze nei dati: piattaforme non interoperabili, informazioni frammentarie e ritardi nel caricamento dei dati sulla piattaforma ReGiS. Paradossalmente, per capire come sta andando la modernizzazione digitale del Paese, bisogna spesso consultare dati extra-sistema.


Conclusione

Il PNRR è stato tradito da una “malattia profonda”: la tendenza italiana a preferire la procedura amministrativa alla politica pubblica. Se il Piano verrà ricordato come un successo contabile (soldi presi e spesi) ma un fallimento nella trasformazione del Paese, l’Italia avrà perso la sua più grande occasione storica di cambiamento.

3 maggio 2026