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Esteri

L’Europa può provarci

Paolo Valentino ha pubblicato sul Corriere della Sera un editoriale in cui sostiene che, dopo la fine del veto ungherese di Viktor Orbán e l’approvazione del maxi-prestito europeo a Kiev, l’Unione europea si è assunta da sola l’intero peso del sostegno all’Ucraina, in un momento segnato dal progressivo disimpegno degli Stati Uniti e dall’intensificazione degli attacchi russi contro obiettivi civili. Il ventesimo pacchetto di sanzioni e il lavoro su nuove misure dimostrano che Bruxelles è ormai in grado di reggere anche senza Washington.

Scrive Valentino: ”È tempo per l’Europa di intestarsi un piano, coordinato con l’ucraina, e assumersi in prima persona la responsabilità di negoziarlo con la Russia. Non per trattare la cessione di territorio ucraino, ma per insistere su condizioni irrinunciabili come le garanzie di sicurezza per Kiev. Naturalmente l’unione ha bisogno di una strategia per sedersi al tavolo, dal momento che Putin finora si è rifiutato. C’è una studiata ostentazione nella telefonata di un’ora e mezza con Donald Trump, in cui lo Zar ha «magnanimamente» offerto una tregua in Ucraina in occasione del 9 maggio. Certo, la prospettiva di aprire un canale diplomatico con il Cremlino è molto controversa. Ci aveva provato in febbraio il presidente francese Emmanuel Macron, inviando a Mosca il suo principale consigliere di politica estera, Emmanuel Bonne. Una mossa unilaterale, liquidata da Sergei Lavrov come «diplomazia patetica», che ha reso nervosi sia gli ucraini che i baltici”.

Grazie al supporto finanziario e militare europeo, Kiev dispone oggi delle risorse per resistere a lungo, infliggendo perdite significative alla Russia e impedendo avanzate decisive. Questo rende impraticabile una capitolazione ucraina alle condizioni imperiali di Vladimir Putin, condizioni che l’amministrazione Donald Trump avrebbe in parte avallato attraverso una mediazione giudicata ambigua, condotta da Steve Witkoff e Jared Kushner.

Ma proprio qui emerge il limite dell’azione europea: manca una strategia politica e diplomatica chiara. Come osserva Claudia Major del German Marshall Fund, l’Europa non ha definito cosa significhi “vittoria” per l’Ucraina, e non può limitarsi a tenere il conflitto congelato in attesa di un collasso russo.

Il nodo centrale, secondo Valentino, è l’assenza di una iniziativa diplomatica europea autonoma. Richiamandosi alla lezione di Henry Kissinger, l’autore sottolinea che guerra e diplomazia sono inseparabili: la forza militare serve a negoziare, perché ogni conflitto deve comunque sfociare in un accordo.

L’Europa dovrebbe dunque assumersi la responsabilità di negoziare direttamente con Mosca, in coordinamento con Kiev, non per cedere territori ma per ottenere garanzie di sicurezza. Tentativi isolati, come quello di Emmanuel Macron, sono falliti e liquidati dal Cremlino (con Sergei Lavrov che parlò di “diplomazia patetica”), ma oggi l’Ue è più unita e più forte.

Secondo l’editoriale, sanzioni, sostegno militare, fondi russi congelati e diplomazia devono procedere in parallelo. Un possibile obiettivo realistico potrebbe essere una “soluzione coreana”: cessate il fuoco sull’attuale linea del fronte, senza riconoscimenti formali ma con un equilibrio che eviti nuove offensive.

Resta infine la questione decisiva: chi parla a nome dell’Europa. È difficile immaginare un’iniziativa guidata dal tandem Ursula von der LeyenAntónio Costa. L’ipotesi di un inviato speciale (si è fatto anche il nome di Mario Draghi) appare problematica; più efficace sarebbe invece un piccolo gruppo di leader europei, sul modello dei negoziati di Minsk, capace di coinvolgere anche Stati Uniti, Cina e altri attori internazionali.

La conclusione è netta: se l’Europa vuole davvero essere una potenza geopolitica, non può limitarsi a finanziare e armare, ma deve anche dotarsi di una strategia per parlare con la Russia. La diplomazia, avverte Valentino, è troppo seria per essere lasciata all’improvvisazione americana.

30 aprile 2026