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Economia

Quel che resta del Pnrr

Alessandro Barbera ha pubblicato su La Stampa un articolo in cui traccia un bilancio del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (Pnrr) italiano a pochi mesi dalle prime scadenze cruciali.

Il contesto e le cifre

L’articolo esordisce ricordando l’entusiasmo iniziale del 2021: il Pnrr doveva essere un’occasione unica di trasformazione economica, paragonabile per portata al Piano Marshall. Ad oggi, l’Italia ha incassato circa il 78,8% delle risorse (153 miliardi su 194), ma la spesa effettiva arranca. Sebbene siano stati avviati oltre 600.000 progetti, la stragrande maggioranza (per un valore di 135 miliardi) è ancora “in corso”, sollevando dubbi sulla capacità dell’Italia di rispettare le scadenze finali.

Scrive Barbera: ”A due mesi dalla prima scadenza ufficiale – quella del 30 giugno -, il giudizio sul Piano nazionale di ripresa e resilienza italiano (Pnrr) va diviso in tre parti: quanto abbiamo speso, come l’abbiamo speso, e in nome di quali riforme, una delle condizioni poste dalla Commissione europea per concedere 72 miliardi a fondo perduto. Partiamo da quel che sappiamo, perché uno dei problemi del Pnrr sono i ritardi e l’opacità delle informazioni. L’ultimo rapporto approfondito è dei tecnici di Camera e Senato, e risale al 13 aprile. Al 28 febbraio la spesa dichiarata dalle amministrazioni pubbliche ammontava a 113,5 miliardi di euro. Abbiamo incassato il 78,8% delle risorse, 153,2 miliardi su 194,4. A breve il governo avrà la nona rata, poi chiederà la decima, l’ultima e la più grande: 28,4 miliardi. La banca dati Regis, quella in cui le amministrazioni sono tenute a caricare i resoconti dei lavori, dice che su un totale di 632.261 progetti, il 28 febbraio ne erano stati conclusi 384.073 – il 60,7 per cento – altri 235.418 erano «in corso», 10.254 «da attivare». L’ammontare delle tre voci racconta una realtà meno rassicurante: i lavori conclusi valevano 30,7 miliardi, quelli in corso ben 135,3. Con questi numeri è difficile sostenere che l’Italia rispetterà le scadenze, ma occorrono alcuni caveat. Il primo: Regis è una fonte affidabile ma in ritardo di circa quattro mesi sull’andamento effettivo dei lavori. Il secondo: ventiquattro miliardi di euro sono già stati “impacchettati” in strumenti finanziari che permetteranno in alcuni casi di arrivare con le spese al 2028. E terzo: il 30 giugno non è una scadenza perentoria, soprattutto per gli interventi frutto delle revisioni successive. In questo caso il termine indicativo è del 31 agosto”.

Le criticità: tra burocrazia e scarsa iniziativa

Barbera evidenzia tre settori emblematici in cui il piano ha mostrato i suoi limiti:

  1. Studentati: l’obiettivo di 60.000 posti letto è stato dimezzato a causa della mancanza di richieste da parte dei Comuni.
  2. Asili nido: dei 500.000 posti previsti, se ne realizzeranno solo 150.000, sempre per la scarsa partecipazione degli enti locali ai bandi.
  3. Tecnologie a idrogeno: progetti stralciati per mancanza di interesse da parte dei privati.

Secondo il ministro Tommaso Foti, la responsabilità di questi insuccessi ricade sulla burocrazia locale e sulla scarsa iniziativa privata.

Il bilancio economico: luci e ombre

Il giudizio degli esperti consultati è contrastante:

  • Carlo Altomonte (Bocconi): vede un aspetto positivo nel fatto che l’Italia ha finalmente recuperato il gap di investimenti rispetto alla Germania. Tuttavia, resta il nodo della crescita bassa: il Pnrr ha sostenuto l’economia, ma non è riuscito a risolvere problemi strutturali come l’alto costo dell’energia, la pressione fiscale e i salari bassi.
  • Stefano Firpo (Assonime): Esprime un parere più critico, definendo il piano come una “enorme iniezione di spesa pubblica” spesso mal allocata. Firpo sottolinea come il moltiplicatore sugli investimenti privati sia stato modesto e lamenta la scarsa attenzione dell’opinione pubblica su come sia stato gestito un ammontare così imponente di debito.

In conclusione

L’articolo suggerisce che, sebbene l’Italia sia tra i migliori nell’Unione per il raggiungimento formale degli obiettivi di riforma (63,7%), l’impatto reale sulla trasformazione dell’economia è stato inferiore alle aspettative. Il Pnrr ha fatto quel che poteva, ma non è bastato a innescare una crescita solida, frenato da limiti strutturali e da una spesa pubblica talvolta inefficiente.

29 aprile 2026