Stefano Stefanini ha pubblicato su La Stampa un articolosull’attentato al presidente degli Stati Uniti, Trump.
Scrive Stefanini: ”La ricerca di trame oscure, nazionali o straniere, dietro la mano di Cole Thomas Allen rivela una profonda, si direbbe incrollabile sfiducia, non soltanto nei politici – che non sono mai beniamini delle opinioni pubbliche – ma nel “quarto potere”, la libera informazione, che dovrebbe fare da correttivo e tenerli in riga. All’Hilton c’erano tutti: giornali e tv, carta stampata e servizi online, americani e stranieri. E tutti ne hanno fatto lo stesso racconto, dell’insensato attacco di un “lupo solitario”. Se invece complotto c’è stato, delle due l’una: o ne sono tutti complici o ne sono tutti incompetenti vittime. Nell’una come nell’altra l’informazione classica – tv, radio, giornali, siti – vale zero. Il mondo è in preda di una congiura oscura”.
L’articolo prende spunto dal tentato attentato durante il gala dei corrispondenti della Casa Bianca per riflettere su un fenomeno più profondo e inquietante: la perdita di fiducia nella realtà stessa. L’episodio, vissuto in diretta da milioni di spettatori, è stato immediatamente riletto da una parte dell’opinione pubblica come una possibile messinscena. La domanda non è più “cosa è successo”, ma “è successo davvero?”, segno che la realtà, da sola, non basta più senza l’ipotesi del complotto.
Secondo Stefanini, il complottismo agisce come un ciclone: non richiede prove, si autoalimenta e trova nei social media un moltiplicatore potentissimo. Il risultato è la costruzione di una realtà alternativa che minaccia tre pilastri fondamentali: l’informazione, la democrazia e la coesione della società civile.
La ricerca ossessiva di trame oscure dietro l’azione di Cole Thomas Allen rivela una sfiducia radicale non solo nei politici, ma anche nel “quarto potere”, la stampa libera. Tutti i media – americani e internazionali, tradizionali e digitali – hanno fornito lo stesso racconto dei fatti. Per il complottista, però, questo non è rassicurante: o i giornalisti sono complici o sono incapaci. In entrambi i casi, l’informazione perde ogni credibilità.
Da qui la conseguenza politica più grave: se la libertà di stampa è inutile o ingannevole, viene meno uno dei pilastri della democrazia liberale e del sistema di checks and balances. Una società che crede di essere governata da poteri occulti non può costruire consenso né fiducia reciproca. A differenza delle grandi emergenze che uniscono (come dopo l’11 settembre), il complottismo divide e frantuma il tessuto civile.
In questo contesto, Donald Trump appare ambiguo. Dopo l’attentato ha inizialmente adottato un tono unificante, ma nel giro di poche ore è tornato ad attaccare i media e a sfruttare politicamente l’episodio, proponendo persino di usarlo come argomento per giustificare l’ampliamento della Casa Bianca. Un comportamento che, secondo Stefanini, ignora due nodi centrali: le gravi falle nella sicurezza e l’irrompere ormai sistemico della violenza politica negli Stati Uniti.
Il riferimento a una serie di episodi recenti – dagli attacchi contro Trump a quelli che hanno coinvolto Melissa Hortman, John Hoffman e Charlie Kirk – rafforza l’idea di un Paese attraversato da ferite profonde. Ferite che, conclude Stefanini, difficilmente potranno rimarginarsi finché il clima di odio, sfiducia e strumentalizzazione continuerà a prevalere sulla ricerca condivisa della verità.
28 aprile 2026





