Francesco Giavazzi ha pubblicato sul Corriere della Sera un editoriale nel quale si concentra sul fatto che il dibattito pubblico italiano sia troppo focalizzato su tecnicismi contabili legati al deficit, perdendo di vista le reali sfide economiche del Paese: il debito pubblico e la crescita economica.
Scrive Giavazzi: ”Dallo scorso anno l’insieme di regole fiscali che i Paesi europei devono soddisfare, il cosiddetto patto di Stabilità, è cambiato radicalmente. Innanzitutto perché quello che conta non è il deficit, cioè la differenza fra spese ed entrate fiscali, ma solo la spesa: ciascun Paese si impegna ad un sentiero di spesa, e su questo viene valutato. Poi può accadere che, a causa di una recessione, le entrate calino e il deficit quindi aumenti. Ma se quel deficit è solo colpa di una recessione che ha ridotto le entrate, mentre le spese sono rimaste sulla traiettoria prevista, non c’è alcuna infrazione e quel deficit non deve essere corretto. Se invece è colpa di una spesa pubblica cresciuta più del previsto, il Paese è tenuto a ridurla: non immediatamente, come accadeva in passato, ma nell’arco di alcuni anni”.
I punti chiave dell’articolo:
- Deficit e regole europee: l’Italia rimarrà “sorvegliata speciale” dall’UE nel 2026 per aver superato la soglia del 3% nel rapporto deficit/PIL. Tuttavia, Giavazzi sottolinea che si tratta di un problema prevalentemente contabile, dovuto ai costi dei Superbonus degli anni precedenti contabilizzati nel 2025, e non di un reale aumento della spesa corrente. Per questo, non dovrebbero essere necessarie manovre correttive drastiche.
- Il problema del debito e della credibilità: il vero rischio per l’Italia non è il deficit in sé, ma l’elevato debito pubblico. Per mantenerlo sostenibile è fondamentale la fiducia dei mercati. La credibilità del governo è però minata da passi indietro su riforme cruciali, come quella delle pensioni (dove l’età pensionabile non viene adeguata all’aspettativa di vita per ragioni politiche) e dalla continua incertezza normativa sugli investimenti delle imprese.
- La crescita come unica soluzione: il secondo grande nodo è la stagnazione economica. Senza una crescita robusta (superiore a pochi decimali), il rapporto debito/PIL non potrà mai scendere. L’autore critica l’uso dei “bonus” a pioggia, suggerendo invece politiche strutturali mirate allo sviluppo.
- L’incertezza che frena l’economia: cambiamenti continui nelle regole fiscali e ritardi nei decreti attuativi creano un clima di sfiducia che spinge consumatori e imprese a rimandare spese e investimenti, rallentando ulteriormente il Paese.
In conclusione, Giavazzi invita a guardare oltre la contabilità di Bruxelles per affrontare i nodi strutturali: riforma delle pensioni, stabilità normativa e incentivi reali alla crescita, unici pilastri per restituire credibilità e stabilità finanziaria all’Italia.
23 aprile 2026





