Il prof. Angelo Panebianco ha pubblicato sul Corriere della Sera un editoriale in cui analizza le radici profonde dell’immobilismo italiano, spostando il focus dalla colpa della classe politica alla responsabilità della società stessa.
Sostiene Panebianco: ”Se è di crescita economica che si parla, allora bisogna constatare che ampi settori della società italiana si sono ormai da tempo adattati a convivere con condizioni di bassa crescita o di assenza di crescita. Ci si lamenta continuamente dei bassi salari e dei bassi stipendi, ma ci si guarda dal mettere il dito sulle cause. La domanda che arriva ai politici non è: contribuite a rilanciare lo sviluppo. La domanda è: dateci bonus e sussidi. E la politica si adegua. Mancando una forte domanda del pubblico di maggiore sviluppo, la politica non ha alcun interesse a scatenare contro se stessa l’ostilità dei tanti poteri di veto che alimentano in Italia le varie rendite e che sarebbero danneggiati da misure volte a favorire lo sviluppo. Se quella domanda ci fosse, i poteri di veto ovunque si annidino (dentro e fuori la pubblica amministrazione) potrebbero essere piegati e sconfitti. In assenza di quella domanda nessun governo si azzarda a suscitarne l’ostilità. Il prezzo politico da pagare è ritenuto troppo alto”.
Ecco una sintesi dei punti chiave:
1. Il declino del “riformismo” e la continuità dei governi
Panebianco osserva che, nonostante i cambiamenti di colore politico, i governi (incluso quello attuale) tendono a evitare interventi strutturali drastici. Si preferisce la “low politics”:
- Si gestiscono le clientele e i sussidi.
- Si evitano riforme profonde (come quella della Pubblica Amministrazione) o spending review rigorose.
- L’obiettivo primario diventa il “quieto vivere” piuttosto che la crescita.
2. Il mercato elettorale: la colpa del “pubblico”
L’autore introduce un concetto tabù: la scarsa qualità della domanda politica da parte degli elettori. La politica funziona come un mercato:
- I politici offrono ciò che gli elettori sono disposti a “comprare”.
- Gli italiani non chiedono sviluppo o riforme strutturali, ma bonus e sussidi.
- Senza una forte spinta popolare verso la crescita, i governi non hanno interesse a sfidare i “poteri di veto” e le rendite di posizione per timore di perdere consenso.
3. Il fattore demografico: una società “allergica” al futuro
La causa principale di questa resistenza al cambiamento è individuata nell’inverno demografico. Una popolazione che invecchia:
- È preoccupata per il presente e ostile alle innovazioni che sconvolgono le abitudini.
- Teme il futuro invece di investirci.
- È paradossalmente stabile (non fa rivoluzioni), ma totalmente immobile.
4. Il parallelo con la sicurezza
L’inerzia si riflette anche sulla politica estera e di difesa: l’opinione pubblica è spaventata dall’instabilità mondiale, ma non è disposta a fare i sacrifici necessari per garantire la sicurezza del Paese, preferendo ignorare i cambiamenti negli equilibri internazionali.
5. Una possibile via d’uscita
Secondo Panebianco, l’Italia difficilmente troverà la forza di cambiare dall’interno. La speranza risiede nelle pressioni esterne:
- Lo sviluppo tecnologico globale.
- I nuovi equilibri internazionali.
- La scia dei grandi Paesi europei.
Se l’Europa imboccherà la strada dell’innovazione, l’Italia potrebbe esserne trascinata per necessità, beneficiando di un cambiamento che, da sola, non ha il coraggio di chiedere.
In sintesi: L’Italia è bloccata in un circolo vizioso dove una popolazione anziana chiede protezione e sussidi anziché crescita, e la politica si adegua per sopravvivere, rendendo il Paese dipendente da spinte esterne per non soccombere all’irrilevanza.
20 aprile 2026





