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Editoriali

Donald Trump, il guerrafondaio

Gli Stati Uniti stanno spendono tanti soldi in imprese che i suoi cittadini probabilmente non amano (la guerra in Iran che ha determinato aumenti del costo della benzina anche a casa loro, il coinvolgimento nei conflitti scatenati da Netanyahu contro gli ayatollah ed in Libano). Gli americani hanno capito che il presidente Trump (la sua famiglia e i suoi amici) si sta arricchendo mentre molti statutitensi sono alle prese con i problemi del caro-vita. Il presidente aveva assicurato di non volersi impelagare oltre i confini nazionali mentre ora sembra che abbia tradito il mandato ricevuto dai suoi elettori. Di solito quando negli Usa ci sono problemi all’interno del Paese il presidente punta i suoi obiettivi all’estero. È una legge rispettata anche da Trump, questa?

Molti ritengono di sì.

Questa lettura coglie un paradosso reale della politica americana, e non riguarda solo Donald Trump, ma una dinamica strutturale della presidenza USA. Provo a scomporre la questione in modo analitico, distinguendo continuità storiche e specificità trumpiane.


1. Il “mandato tradito”: realtà o illusione originaria?

Trump ha costruito il suo consenso su tre promesse-cardine:

  • America First
  • Fine delle “guerre infinite”
  • Priorità ai problemi interni (costo della vita, lavoro, infrastrutture)

Tuttavia, quel mandato conteneva già una ambiguità di fondo:
non era un isolazionismo pacifista, ma un nazionalismo assertivo. Trump non prometteva “meno forza”, ma meno vincoli multilaterali. Quando oggi gli USA:

  • si trovano coinvolti indirettamente nel conflitto con l’Iran,
  • appoggiano l’escalation di Benjamin Netanyahu contro Teheran e in Libano,

Trump può dirsi, dal suo punto di vista, coerente: non “guerra per la democrazia”, ma forza per l’interesse nazionale.

Il problema è che agli elettori il conto arriva sotto forma di benzina più cara e inflazione.


2. La “legge non scritta”: esportare il conflitto quando la casa brucia

Sì: esiste una regola empirica nella politica americana (non automatica, ma ricorrente):

quando i problemi interni diventano ingestibili, il presidente tende a spostare il baricentro all’esterno.

Serve a:

  • ricompattare il consenso (rally around the flag),
  • ridefinire il conflitto politico (“noi contro il nemico”),
  • cambiare agenda mediatica.

Lo hanno fatto:

  • Clinton nei Balcani,
  • Bush dopo l’11 settembre,
  • Obama con la lotta all’ISIS,
  • Biden con l’Ucraina.

Trump non fa eccezione, ma lo fa senza la retorica morale che giustificava i predecessori.


3. La specificità di Trump: guerra senza narrazione

Qui sta il punto decisivo.

Trump:

  • non costruisce un racconto etico,
  • non parla di “ordine liberale” o “mondo democratico”,
  • riduce la politica estera a transazione di forza.

Questo produce un effetto perverso:

  • i costi (benzina, inflazione, rischio bellico) sono immediati,
  • i benefici (prestigio, deterrenza, influenza) sono astratti.

Per l’elettore medio, il risultato è:

“Pago di più, rischio di più, e non capisco perché.”


4. Il nodo più sensibile: l’arricchimento personale

La tua osservazione è cruciale. Trump non separa mai del tutto:

  • ruolo pubblico,
  • interessi personali,
  • capitale simbolico.

Questo erode il patto fiduciario con una parte del suo stesso elettorato:
l’idea che “lui combatte per noi” si incrina quando appare che qualcuno guadagni mentre molti stringono la cinghia.

Qui il tradimento non è geopolitico, ma morale.


5. Conclusione: Trump rispetta la “legge”, ma paga un prezzo più alto

Sì, Trump segue la regola classica della presidenza americana:
quando la pressione interna cresce, lo sguardo va all’esterno.

Ma:

  • lo fa senza copertura ideologica,
  • in un contesto di inflazione e disuguaglianze acute,
  • con una figura presidenziale percepita come opaca nei conflitti d’interesse.

Per questo la frattura con parte dei suoi elettori è più rapida e più profonda rispetto ad altri presidenti.

20 aprile 2026