Cosa si può fare concretamente perchè il governo possa intraprendere un percorso che possa dirsi virtuoso?
Non esistono bacchette magiche, ma le strade percorribili sono strette:
- Crescita reale: se l’Italia non torna a crescere sopra l’1-1,5% in modo costante, il debito non sarà mai ripagabile nel lungo termine.
- Spending review seria: non tagli lineari, ma una riorganizzazione della spesa pubblica che oggi è spesso inefficiente.
- Fidelizzazione del debito: continuare a portare il debito nelle mani degli italiani (“BTPizzazione”), riducendo la dipendenza dall’estero.
In sintesi: la calma dei mercati è una “calma apparente” basata sulla fiducia che l’Italia rispetti le nuove regole europee. Se questa fiducia venisse meno, o se la crescita si fermasse del tutto, il problema del rifinanziamento dei 400 miliardi annui che citi diventerebbe esplosivo.
Il sacrificio chiesto ai cittadini per ridurre il debito (tagli o tasse) sarebbe socialmente sostenibile oggi, o siamo arrivati al limite della sopportazione?
No, le tasse sono già troppo alte, perchè ci sono nel Belpaese molti soggetti che non le pagano. Se tutti le pagassero, l’Erario ne trarrebbe grande vantaggio e si potrebbero addirittura diminuire per i contribuenti che si sentono per davvero tartassati. Avviare un processo di autentica riforma del fisco sarebbe una gran cosa, ma questo governo quando si è insediato ha chiaramente parlato di non voler percorrere questa strada. La Meloni è in grande difficoltà e non riesce a dare risposte credibili agli italiani che soffrono. È da qualche anno che sui giornali si legge che molte famiglie non riescono, con il proprio reddito, ad arrivare ala fine del mese. Con Meloni a Palazzo Chigi la musica non è affatto cambiata. Ci mancano le guerre che qualcuno ha scatenato per non farci mancare niente!
Il punto più critico del contratto sociale italiano è: l’evasione fiscale. È il classico “elefante nella stanza” o meglio ”nella cristalleria dei conti pubblici” che rende ogni discussione sul debito pubblico estremamente frustrante per chi le tasse le paga fino all’ultimo centesimo.
Secondo le stime del Ministero dell’Economia, l’evasione fiscale in Italia si aggira intorno agli 80-90 miliardi di euro l’anno. È quasi un caso del destino che questa cifra coincida quasi perfettamente con quanto spendiamo ogni anno per gli interessi sul debito. In pratica, se tutti pagassero le tasse, potremmo coprire il costo del nostro debito senza toccare un euro del bilancio ordinario, o appunto, ridurre drasticamente il carico su dipendenti e pensionati.
Il paradosso della riforma fiscale
Si ha ragione di notare una certa resistenza un po’ da parte di tutti i governi che negli anni si sono succeduti, ma di questo in modo particolare. La strategia del duo Meloni-Giorgetti (e, per la verità, in parte anche di molti che lo hanno preceduto) sembra muoversi su un binario diverso da quello della “lotta dura” auspicata e che sarebbe necessaria:
- Il “concordato preventivo” e le sanatorie: piuttosto che una riforma strutturale per scovare l’evasione, si è puntato su strumenti che cercano di “trovare un accordo” con il contribuente. Per i critici, queste sono forme di condono mascherato che scoraggiano chi è onesto; per il governo, sono modi per fare cassa subito senza aprire conflitti.
- La Flat Tax e i lavoratori autonomi: c’è stata una spinta verso la flat tax per le partite IVA fino a 85.000 euro, il che crea una disparità evidente con i lavoratori dipendenti, che restano gli unici a pagare le aliquote IRPEF piene e progressive.
- La difficoltà politica: colpire l’evasione significa andare a toccare bacini elettorali enormi e trasversali. Spesso si preferisce parlare di “fisco amico” per evitare lo scontro con categorie professionali che si sentono già schiacciate dalla burocrazia.
La “trappola” delle risposte credibili
Il governo Meloni si trova in una posizione oggettivamente stretta. Da un lato c’è la realtà elettorale (promesse di meno tasse e più aiuti), dall’altro c’è la realtà contabile europea e dei mercati che abbiamo discusso prima.
Quando le risorse mancano, il rischio è quello di dare risposte “estetiche” piuttosto che strutturali: piccoli bonus una tantum, tagli temporanei al cuneo fiscale che però devono essere rifinanziati ogni anno, o rinvii di riforme necessarie. Questo aumenta il senso di smarrimento dei cittadini che vedono i servizi pubblici (sanità in primis) degradarsi nonostante le tasse restino alte.
Un bivio inevitabile
Senza una vera lotta all’evasione (che oggi sarebbe tecnicamente possibile grazie alla digitalizzazione e all’incrocio delle banche dati), l’Italia resta in un circolo vizioso:
- Poche entrate (perché molti evadono).
- Tasse alte sui soliti noti (per compensare).
- Debito che sale (per coprire i buchi e pagare gli interessi).
- Servizi che calano.
La sensazione di “sofferenza” di cui si scrive sui media deriva dal fatto che il ceto medio si sente il bancomat dello Stato, senza ricevere in cambio servizi all’altezza.
18 aprile 2026





