Federico Rampini ha pubblicato sul Corriere della Sera un editoriale in cui mette in luce una novità storica: per la prima volta dal 1979 gli Stati Uniti e l’Iran dialogano direttamente ai massimi livelli. È un fatto rilevante, soprattutto se confrontato con le minacce durissime pronunciate solo pochi giorni prima da Donald Trump, segno che la situazione resta instabile ma aperta a possibili sviluppi positivi. Parlarsi è sempre preferibile allo scontro militare, anche se – osserva Rampini – iniziare una guerra è più facile che chiuderla, e il negoziato è carico di ostacoli.
Dice Rampini: ”In apparenza, chi ha fretta di estricarsi da questo conflitto è Trump. Mai in passato l’America aveva iniziato un intervento militare con un livello così basso di consenso interno. Trump non è riuscito a «venderla» in modo convincente neppure alla sua base elettorale. Non a caso le ultime polemiche del presidente sono rivolte a destra: contro gli isolazionisti del movimento Maga (Make America Great Again) che lo accusano di essersi fatto trascinare da Netanyahu; e contro i falchi che gli rimproverano di aver lasciato il lavoro incompiuto. Ma a focalizzarsi soltanto sulla debolezza politica di Trump e sul «fronte interno» che lo assedia, si rischia di perdere di vista lo scenario più largo”.
E continua: ”Cambio di regime o non cambio di regime (al quale Donald Trump sembra preferire, come obiettivo dell’operazione Furia Epica, la gioia di imporre la legge del più forte e di guadagnare altro denaro), per gli Stati Uniti tutti gli iraniani sono cattivi”.
Sul piano interno, Trump appare il leader con maggiore fretta di uscire dal conflitto: l’intervento militare è nato con un consenso interno bassissimo, senza riuscire a convincere neppure la sua base. Da qui le tensioni con l’ala isolazionista del movimento Maga, che lo accusa di essersi fatto trascinare da Benjamin Netanyahu, e con i falchi che lo accusano di non aver portato a termine l’azione. Tuttavia, Rampini invita a non fermarsi a questa lettura: la cornice strategica è più ampia.
Al di là delle intenzioni – cambio di regime o semplice dimostrazione della “legge del più forte” – per Washington tutti gli iraniani vengono trattati come nemici, senza distinzioni. Qui l’editoriale introduce il caso simbolico di Kian, un ragazzo iraniano di 14 anni che vive e studia in Spagna, selezionato per partecipare a un programma educativo delle Nazioni Unite a New York. Nonostante il profilo impeccabile, il visto gli viene negato dagli Stati Uniti per ragioni di sicurezza legate alla sua cittadinanza iraniana.
Il racconto, riportato anche da El País, diventa per Rampini la metafora di un mondo in cui il buon senso sembra smarrito: mentre la diplomazia ai vertici tenta spiragli di dialogo, la realtà quotidiana resta segnata da automatismi, paure e chiusure. Nelle parole del ragazzo – sospese tra delusione e speranza – l’autore vede il riflesso dell’inquietudine ma anche delle possibilità future di una politica internazionale meno cieca e più umana.
12 aprile 2026





