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Il Tycoon all’angolo evoca l’Apocalisse. Solo la Cina può moderare gli ayatollah

Nathalie Tocci ha pubblicato su La Stampa un editoriale in cui descrive il Tycoon Usa in grande difficoltà, che non ne sta azzeccando più una e che, addirittura, evoca l’Apocalisse.

Scrive Tocci: ”Donald Trump appare sempre più squilibrato nelle sue oscene dichiarazioni sull’Iran. Lo è perché è sempre più nervoso per l’evidente fallimento strategico degli Stati Uniti in Medio Oriente, e sempre più preoccupato per la crisi energetica e l’inflazione causate dalla guerra che lui stesso ha stupidamente innescato. Trump minaccia crimini di guerra, invocando attacchi su infrastrutture civili. Intima di riportare l’Iran all’«età della pietra» e di «eliminare un’intera civiltà in una notte», a meno che il regime iraniano non accetti le sue condizioni e riapra lo Stretto di Hormuz. Forse quando queste parole verranno pubblicate, i crimini da lui preannunciati saranno già stati compiuti. Molti sono già stati commessi: Israele ha attaccato ponti e ferrovie. Ma ciò difficilmente cambia la realtà sottostante. Stiamo assistendo al drammatico epilogo di quello che un tempo era il Leviatano liberale del sistema internazionale. Sulla terra bruciata da preparare alla semina, resta da vedere se, quando e come la Cina sia disposta a occupare il vuoto, con tutti i rischi che ne conseguono”.

L’articolo descrive un Donald Trump sempre più isolato e nervoso, autore di dichiarazioni estreme e minacce che evocano crimini di guerra contro l’Iran. Secondo Tocci, questa retorica apocalittica è il riflesso del fallimento strategico degli Stati Uniti in Medio Oriente, aggravato dalle conseguenze economiche globali del conflitto, in primis la crisi energetica e l’inflazione.

Sul piano militare, la guerra condotta da Stati Uniti e Israele può apparire un successo tattico, ma politicamente e strategicamente l’Iran ne esce rafforzato. Un regime che era vicino al collasso interno ha ritrovato compattezza grazie al conflitto, con un accentramento del potere nelle mani delle Guardie rivoluzionarie. Soprattutto, Teheran ha scoperto nello Stretto di Hormuz un’arma strategica decisiva, che le consente di esercitare una leva duratura sugli equilibri regionali e globali e di attenuare l’impatto delle sanzioni.

Nel Medio Oriente emerge una crescente consapevolezza: gli Stati Uniti non sono più un garante affidabile della sicurezza regionale. Paesi come l’Arabia Saudita guardano sempre più alla necessità di rafforzare le proprie difese e diversificare i partenariati. Fanno eccezione Benjamin Netanyahu, che prolunga il conflitto per tornaconto politico personale, e gli Emirati Arabi Uniti, descritti come esposti e in stato di crescente panico.

La guerra, avverte Tocci, è destinata a modificare gli equilibri globali. L’Iran non ha interesse a un cessate il fuoco temporaneo: accetterebbe solo una pace definitiva, che garantisca che non vi siano nuove guerre future. In questo contesto, un solo attore potrebbe davvero influenzare i calcoli di Teheran: la Cina.

Pechino, che media dietro le quinte anche attraverso il Pakistan, è l’unica potenza in grado di offrire all’Iran una garanzia credibile di stabilità, nel quadro del diritto internazionale e delle Nazioni Unite, assicurando il passaggio sicuro a Hormuz. Tuttavia, la Cina resta ambigua: potrebbe scegliere di limitarsi a osservare l’autolesionismo americano, oppure intervenire più attivamente. Se lo facesse, conclude Tocci, ciò favorirebbe la de-escalation ma segnerebbe anche un colpo decisivo all’egemonia statunitense, con effetti ben oltre il Medio Oriente.

8 aprile 2026