Aldo Grasso ha pubblicato sul Corriere della Sera un curioso articolo sulla manìa di poter avere la possibilità di parlare con i defunti.
L’articolo riflette sul fenomeno emergente della “digital afterlife industry”, che permette — tramite abbonamenti — di “parlare” con i defunti usando simulazioni di intelligenza artificiale costruite dai loro dati digitali (messaggi, voce, contenuti online). Non si tratta di comunicare con l’aldilà, ma con un clone artificiale che imita la persona scomparsa.
Sostiene Grasso che: ”il desiderio di comunicare con i defunti è un sogno antico quanto l’umanità stessa, radicato nel bisogno psicologico di mantenere un legame con chi non c’è più o di ottenere risposte dall’aldilà. Questa pratica, spesso definita necromanzia o spiritismo, ha attraversato secoli di storia, mitologia e spiritualità. E di letteratura: basti pensare a un capolavoro come la «Divina Commedia»: dialogare con i morti significa recuperare una sapienza che la vita presente ha smarrito”.
Grasso collega questo fenomeno a un desiderio antichissimo dell’umanità: quello di dialogare con i morti, presente nella storia, nello spiritismo e anche nella letteratura (come nella Divina Commedia), dove i defunti offrono conoscenza e guida ai vivi.
Tuttavia, il giudizio è critico: queste tecnologie rischiano di ostacolare l’elaborazione del lutto, perché mantengono artificialmente “in vita” il defunto, creando una dipendenza emotiva e commerciale (attraverso abbonamenti continui). Invece di aiutare, possono generare disagio psicologico.
La conclusione è netta: se la cultura e i libri fanno rivivere i morti in modo simbolico e arricchente, le simulazioni digitali rischiano di ottenere l’effetto opposto, trascinando i vivi verso una sorta di “morte spirituale”.
5 aprile 2026





