L’ambasciatore Ettore Sequi ha pubblicato su La Stampa un articolo in cui analizza la complessità del conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran.
Afferma Sequi: ”La guerra tra Usa, Israele e Iran entra nella fase in cui la superiorità militare forse non basta più a produrre un esito politico. Nelle ultime ore si concentrano tutti i segnali decisivi: l’abbattimento dell’F-15E, la ricerca del pilota disperso, la stretta iraniana su Hormuz, i raid sulla centrale nucleare di Bushehr, il ritorno del fronte libanese, l’attacco contro data center nel Golfo e soprattutto il messaggio diTrump: «48 ore per riaprire Hormuz o si scatenerà l’inferno». È un ultimatum chiaro: se l’Iran non rinuncia alla leva su Hormuz, Washington colpirà ancora più duramente le sue infrastrutture. Ma l’ultimatum non dimostra controllo; dimostra che il controllo non c’è”.
Il paradosso della forza: danni militari senza ordine politico
Il tema centrale dell’analisi di Sequi è lo scollamento tra superiorità bellica e successo strategico. Sebbene gli Stati Uniti abbiano inflitto danni enormi alle infrastrutture iraniane, questa dimostrazione di forza non si è tradotta in un controllo della regione. Al contrario, ha generato ulteriore disordine e radicalizzato il regime di Teheran, che vede la guerra come una sfida esistenziale.
I punti chiave dell’analisi:
- L’inefficacia dell’ultimatum: l’ultimatum di Trump (“48 ore per riaprire Hormuz”) è letto da Sequi non come un segno di forza, ma di perdita di controllo. La capacità dell’Iran di resistere e di rendere politicamente costosa la vittoria americana impedisce a Washington di chiudere il conflitto alle proprie condizioni.
- Lo Stretto di Hormuz come “cappio al collo del mondo”: il vero centro di gravità non è il cielo (dove la superiorità aerea USA è netta), ma il mare. Teheran usa Hormuz per esercitare una “regolazione coercitiva”: non ha bisogno di chiudere lo stretto, le basta controllarlo per destabilizzare mercati, energia e logistica globale.
- La vulnerabilità del pilota e della reputazione: l’abbattimento di un jet e il rischio di piloti catturati spostano la guerra sul piano della reputazione e della pressione interna negli USA. La percezione di invulnerabilità americana viene intaccata, dando all’Iran un vantaggio politico sproporzionato rispetto ai mezzi militari impiegati.
- Il nuovo ruolo dei Paesi del Golfo: Arabia Saudita, Emirati e Qatar non sono più spettatori, ma vogliono essere co-decisori. Essendo i primi a pagare il prezzo della vulnerabilità (attacchi ai data center, minacce a Vision 2030), non accetteranno accordi che non garantiscano la loro sicurezza a lungo termine.
- La frattura interna all’Iran: la proposta di pace di Zarif (limiti al nucleare in cambio della fine delle sanzioni) è vista come un tentativo di salvataggio del regime da parte dell’ala pragmatica. Tuttavia, il vero potere resta nelle mani dei Pasdaran (l’ala radicale), creando una tensione interna che rende imprevedibile l’esito dei negoziati.
- Dalla guerra tradizionale alla guerra “sistemica”: il conflitto è mutato. Colpendo infrastrutture digitali e centri nevralgici dell’economia (Cloud, AI, finanza), l’Iran attacca il modello di sviluppo del Golfo e la fiducia degli investitori globali.
Conclusione
Sequi conclude che la potenza di una nazione non si misura più solo con la forza dell’esercito, ma con la capacità di trasformare quella forza in un nuovo ordine stabile. Agli Stati Uniti manca attualmente una “teoria della conclusione”: l’uso della forza produce distruzione, ma non riesce a ristabilire la libertà di navigazione né una deterrenza credibile, lasciando il sistema globale in una fase di estrema precarietà.
5 aprile 2026





