Veronica de Romanis ha pubblicato un articolo su La Stampa nel quale sostiene che il “no” espresso dai giovani non è un episodio isolato, ma il segnale di un disagio profondo: da un lato il rifiuto di uno specifico referendum, dall’altro la sfiducia verso una politica che li ignora sistematicamente.
Sostine la de Romanis a proposito della partecipazione della componente giovanile nella consultazione referendaria dei giorni scorsi: ”Questa volta i giovani si sono fatti sentire, e la loro scelta è stata netta: un “no” secco, che racchiude molteplici motivazioni. Da un lato, la contrarietà al referendum in sé; dall’altro, il rifiuto di una classe politica che continua a trascurarli, nonostante dati sempre più allarmanti. Basti pensare che il tasso di disoccupazione della fascia (15-29 anni) sul totale della popolazione attiva è tra i più elevati d’Europa e pari al 14,4%, tre punti sopra la media e quasi 8 sopra la Germania. Nel nostro Paese, invece, si parla (molto) di pensioni e poco di lavoro. Una scelta scellerata dettata dal fatto che i giovani non sono numerosi e, dunque, elettoralmente meno “pesanti”. Ma anche miope. Senza il loro contributo sarà difficile sostenere il sistema pensionistico considerando che l’aspettativa di vita alla nascita continua a salire: nel 2024, ha raggiunto 83,4 anni, tre anni in più rispetto al 2005, con 81,4 per gli uomini e 85,5 per le donne, ben al di sopra della media europea ferma a 81,4”
Il punto centrale è che i giovani in Italia sono pochi, contano poco elettoralmente e quindi vengono trascurati. Questo però è miope, perché proprio su di loro si regge il futuro del sistema economico e pensionistico, mentre il Paese invecchia rapidamente: sempre più anziani, sempre meno giovani e lavoratori attivi.
L’autrice evidenzia alcuni dati chiave:
- alta disoccupazione giovanile e forte presenza di Neet (ragazzi che non studiano e non lavorano), tra le peggiori in Europa;
- forti divari territoriali (molto peggiori nel Sud) e di genere (penalizzate soprattutto le donne);
- legame stretto tra basso livello di istruzione e rischio di esclusione;
- enorme costo economico dei Neet, stimato in circa 24 miliardi l’anno.
A questo si aggiunge il problema dei salari: in Italia sono bassi per tutti, ma i giovani guadagnano molto meno degli adulti, con differenze generazionali più marcate rispetto ad altri Paesi europei. Il sistema premia l’anzianità più che il merito, bloccando la mobilità e scoraggiando le nuove generazioni.
Il risultato è una doppia perdita:
- dispersione di capitale umano (giovani inattivi o sottopagati);
- emigrazione verso l’estero in cerca di migliori opportunità.
In conclusione, De Romanis denuncia che nessun governo ha davvero messo i giovani al centro delle politiche economiche. Scelte come Quota 100 vengono citate come esempio di misure costose che favoriscono altri gruppi (gli anziani) scaricando il peso sulle nuove generazioni. Il “no” dei giovani è quindi il sintomo di un’esclusione strutturale, destinata a peggiorare se non si cambia rotta.





