Nathalie Tocci ha pubblicato su La Stampa un editoriale in cui rivela un’ipotesi di lavoro sulla prospettiva israelo-americana da determinarsi in Iran dopo questo pazzesco e improvviso, ma non inaspettato che ha travolto i capi iraniani.
Scrive Tocci: ”Contrariamente a quanto dichiarato dal presidente Donald Trump, ma smentito dalla stessa Cia, non esistevano minacce iraniane imminenti – nucleari o missilistiche – nei confronti degli Stati Uniti tali da giustificare l’intervento. È noto che Trump non avesse «obliterato» il programma nucleare di Teheran, come da lui affermato dopo l’attacco congiunto Israele-Usa all’Iran nell’estate scorsa. Ciononostante, l’Agenzia internazionale per l’energia atomica non aveva rilevato né una ripresa dell’arricchimento dell’uranio né un programma nucleare militare. Lo stesso Trump, seguito dal primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, ha poi lasciato intendere che l’obiettivo questa volta fosse diverso: non più la distruzione del programma nucleare, ma un cambio di regime, esortando il popolo iraniano a insorgere. Le azioni militari lo confermano: nel mirino sono finiti i vertici del regime, a cominciare da Khamenei. Tutto ciò avviene sullo sfondo di un regime iraniano delegittimato agli occhi della popolazione soprattutto dopo il sangue e la repressione delle proteste di inizio anno, militarmente vulnerabile agli attacchi di Israele e Stati Uniti e strategicamente colpito dal fallimento dell’«asse della resistenza» sciita coltivato per decenni da Teheran”.
Tesi centrale
Secondo Nathalie Tocci, l’attacco congiunto di Stati Uniti e Israele contro l’Iran — culminato nell’uccisione della Guida suprema Ali Khamenei — non garantisce affatto il cambio di regime auspicato da Donald Trump e Benjamin Netanyahu. Al contrario, rischia di produrre uno scenario simile a quello vissuto da Vladimir Putin in Ucraina: una guerra più lunga, costosa e imprevedibile del previsto.
Continua Tocci: ”La politica estera di Trump è predatoria, ma anche volubile e codarda. In poco più di un anno, gli Stati Uniti hanno attaccato sette Paesi – Nigeria, Siria, Yemen, Somalia, Venezuela, Iraq e Iran – tutti molto più deboli degli Stati Uniti, e ogni volta gli attacchi sono durati pochi giorni. In nessuna di queste guerre Trump ha voluto o ottenuto trasformazioni durature. Stavolta ha preannunciato una guerra più lunga, che riporterà a casa bare avvolte a stelle e strisce.”
1. Il pretesto e il vero obiettivo
Tocci sottolinea che:
- Non esistevano minacce iraniane imminenti tali da giustificare l’intervento.
- L’obiettivo reale non era più il programma nucleare, ma un cambio di regime.
- L’eliminazione di Khamenei conferma questa strategia.
L’Iran era già indebolito internamente (repressione delle proteste) ed esternamente (crisi dell’“asse della resistenza”), ma questo non significa che il sistema fosse prossimo al collasso.
2. Perché il regime non crolla
Diversamente da regimi personalistici come:
- quello di Saddam Hussein,
- Muammar Gheddafi,
- Bashar al-Assad,
la Repubblica islamica non si regge su un solo uomo. È un sistema con più centri di potere (Guardie rivoluzionarie, Consiglio dei Guardiani, apparati di sicurezza, ecc.).
La rapida formazione di una leadership ad interim e i contrattacchi contro Israele e basi americane mostrano che la catena di comando è intatta.
3. L’illusione della “soluzione venezuelana”
Tocci ipotizza che Trump possa puntare a uno scenario simile a quello del Venezuela, dove con Nicolás Maduro si è arrivati a una sorta di accomodamento pragmatico.
Ma l’Iran non è il Venezuela:
- L’anti-americanismo è parte fondativa dell’identità del regime.
- Due guerre in meno di un anno rafforzano il nazionalismo.
- Le vittime civili rendono più difficile per la popolazione distinguere tra opposizione al regime e opposizione all’aggressione esterna.
4. La strategia iraniana: alzare i costi
Per sopravvivere, Teheran punta sull’escalation:
- attacchi contro obiettivi statunitensi nel Golfo,
- minacce alla navigazione nello stretto di Hormuz,
- pressione sui mercati energetici.
È una strategia rischiosa, ma razionale: aumentare il prezzo politico, economico e militare per Washington.
5. Il rischio per Trump
Trump potrebbe:
- Impantanarsi, come Putin in Ucraina, in una guerra lunga e logorante.
- Oppure ritirarsi, lasciando spazio a una nuova leadership militare iraniana, forse meno ideologica ma non meno repressiva e antiamericana.
In entrambi i casi, Tocci intravede un possibile risultato:
non il rafforzamento dell’America, ma l’accelerazione del suo declino relativo, frutto di una politica estera definita predatoria, miope e incoerente.
Conclusione
L’eliminazione della Guida suprema non equivale alla fine del regime. L’idea di un rapido cambio di regime appare illusoria. Più probabile è uno scenario di guerra prolungata o di instabilità che potrebbe danneggiare tanto l’Iran quanto gli stessi Stati Uniti.
2 marzo 2026


