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Perché la guerra a Teheran ci riguarda

Andrea Malaguti ha pubblicato, su La Stampa, un editoriale sull’improvviso attacco israelo-americano contro la teocrazia iraniana che dal 49 anni governa quel Paese.


Scrive Malaguti: ”Eliminata la Guida Suprema, Ali Khamenei. Ennesima conferma, se ancora ce ne fosse bisogno, della fine del diritto internazionale. Gli ayatollah sono il male assoluto, la repressione e lo sterminio di migliaia di ragazze e ragazzi un delitto contro l’umanità. E il successo delle rivolte di piazza sarebbe un regalo impagabile alle democrazie, in ritirata ovunque nel pianeta. Ma, esattamente come è accaduto in Venezuela, siamo sicuri di volere consegnare il nostro destino al solipsismo fuori equilibrio del mancato premio Nobel per la pace Donald Trump? Siamo sicuri che il piano americano abbia la libertà come orizzonte politico? Perché il Presidente Immobiliarista agisce senza consultare noi europei e avvisa i presunti amici italiani soltanto a cose fatte? Perché non coinvolge la Nato? Con chi suppone di essere alleato, se non con sé stesso? Domande retoriche, certo

L’editoriale sostiene che l’attacco congiunto di Stati Uniti e Israele all’Iran, culminato nell’uccisione della Guida Suprema Ali Khamenei, segna un punto di rottura definitivo del diritto internazionale e inaugura una fase di instabilità globale che coinvolge direttamente Europa e Italia. Pur riconoscendo la natura repressiva e violenta del regime degli ayatollah, Malaguti mette in guardia dall’illusione che un’azione militare unilaterale possa produrre libertà e democrazia.

Il bersaglio principale della critica è Donald Trump, descritto come un leader solipsista, imprevedibile e mosso esclusivamente da logiche di forza. L’intervento in Iran non sarebbe dettato da principi morali, ma da una strategia di potenza legata al confronto con Xi Jinping e al controllo delle risorse energetiche, funzionale a indebolire la Cina. In questo schema, l’Europa è irrilevante: non consultata, non coinvolta, ridotta a spettatrice di decisioni prese a Washington.

Malaguti sottolinea come l’escalation non sia “lontana” né simbolica: le prime ritorsioni iraniane colpiscono il Golfo e mettono a rischio snodi vitali come lo stretto di Hormuz e il canale di Suez, da cui dipende una quota decisiva dell’energia e dei traffici italiani. L’aumento immediato del prezzo del petrolio è il segnale di un costo economico destinato a ricadere direttamente sui cittadini europei.

Sul piano geopolitico, l’autore evidenzia l’incertezza della reazione iraniana, il ruolo autonomo e pericoloso dei Pasdaran e il sostegno di Russia e Cina a Teheran, fattori che rendono imprevedibile l’evoluzione del conflitto. Nessuna garanzia che la morte di Khamenei chiuda la crisi; anzi, il rischio è una spirale fuori controllo.

Una parte centrale dell’editoriale è dedicata alla figura di Trump, analizzata anche attraverso le parole della cugina Mary L. Trump, che lo descrive come una personalità narcisistica e aggressiva. Il richiamo a Frankenstein serve a rappresentare un potere che si nutre della propria furia, privo di empatia e limiti morali, e disposto a trascinare il mondo nel caos pur di riaffermare sé stesso.

Aggiunge Malaguti: ”Come reagiranno i Pasdaran, veri feroci detentori del potere politico ed economico dell’oscuro colosso iraniano? E, d’altra parte, il cadavere di Khamenei sarà sufficiente alla Casa Bianca, a Palantir, a Hegseth, al gelido Vance e ai suoi seguaci, per chiudere questa fase di instabilità? Sarebbe bello rispondersi di sì”.

Infine, Malaguti chiama in causa l’Europa e l’Italia. Apprezza la reazione immediata del governo Giorgia Meloni, ma si chiede quale sia la linea concreta del nostro Paese: seguire senza riserve la deriva trumpiana o lavorare per un’Europa più autonoma, unita e capace di opporsi alla legge del più forte. L’editoriale si chiude come un appello politico e morale: questa guerra ci riguarda perché tocca economia, sicurezza, valori democratici. Restare neutrali o passivi significherebbe accettare la vigliaccheria come orizzonte.

1 marzo 2026