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Cantiere legge elettorale

Niccolò Carratelli ha pubblicato su La Stampa un articolo sul nuovo cantiere della legge elettorale. L’ennesimo.

Dice Carratelli: ”In un sistema politico come quello attuale il cosiddetto “Rosatellum” quasi certamente non produrrebbe una maggioranza solida in Parlamento. Ma risolvere il problema della stabilità con un premio che sfora il tetto del 55% dei seggi potrebbe mettere la legge a serio rischio bocciatura della Corte costituzionale”.

E aggiunge: «Bisogna partire dalla sentenza della Corte costituzionale sull’Italicum (la legge elettorale voluta da Matteo Renzi): ha stabilito che, con almeno il 40% dei voti, si possa ottenere un premio pari al 55%. «Quel tetto non può essere sforato – avverte il costituzionalista Stefano Ceccanti –. Al di là di come lo si congegni, è un paletto dirimente».

Continua Carratelli: «Lo scandalo delle ultime leggi elettorali – evidenzia il costituzionalista Michele Ainis – è che trasferiscono la sovranità dall’elettore all’eletto con pluri-candidature e listini bloccati. In questa proposta questi due congegni rimangono e vengono amplificati


L’articolo analizza criticamente la nuova proposta di legge elettorale, nata con l’obiettivo di garantire maggiore stabilità e governabilità, ma che presenta numerosi rischi costituzionali e politici.

Il punto di partenza è il fallimento del Rosatellum, che nel contesto attuale difficilmente produrrebbe una maggioranza solida. Tuttavia, la soluzione proposta — un premio di maggioranza molto ampio — potrebbe entrare in conflitto con i limiti fissati dalla Corte costituzionale.

La giurisprudenza costituzionale, richiamata dalla sentenza sull’Italicum, stabilisce che il premio non può superare il 55% dei seggi, soglia ritenuta invalicabile dal costituzionalista Stefano Ceccanti. Il nuovo meccanismo, invece, con un premio fisso di seggi, consentirebbe di arrivare al 57%, esponendo la legge a una possibile bocciatura.

Secondo Gaetano Azzariti, una maggioranza così ampia sarebbe “drogata” e permetterebbe alla coalizione vincente di eleggere autonomamente Presidente della Repubblica, giudici della Consulta e CSM, compromettendo gli equilibri tra poteri.

Criticità emergono anche sul ballottaggio: se nessuna coalizione supera il 40%, si voterebbe di nuovo, ma con regole poco chiare sugli apparentamenti. Inoltre, ballottaggi separati per Camera e Senato potrebbero produrre maggioranze diverse nei due rami del Parlamento, con il rischio di paralisi istituzionale, come avverte ancora Ceccanti.

Sul piano della rappresentanza, l’abolizione dei collegi uninominali e la permanenza delle liste bloccate renderebbero il Parlamento composto quasi esclusivamente da “nominati”. Per Michele Ainis, le ultime leggi elettorali hanno progressivamente spostato la sovranità dall’elettore ai partiti, tendenza che questa riforma accentua.

Ulteriori problemi riguardano l’allungamento delle liste bloccate, potenzialmente in contrasto con i criteri di riconoscibilità dei candidati fissati dalla Corte, e l’indicazione obbligatoria del candidato premier al momento della presentazione delle liste. Quest’ultima scelta mira alla trasparenza, ma solleva dubbi sul rispetto delle prerogative del Presidente della Repubblica.

Conclusione: la riforma tenta di risolvere il problema della stabilità, ma rischia di farlo sacrificando rappresentatività, equilibrio costituzionale e legittimità giuridica, esponendosi a nuove impugnative e a effetti politici potenzialmente destabilizzanti.

27 febbraio 2026