Mattia Feltri ha pubblicato su La Stampa, nel suo Buongiorno, un commento sull’atteggiamento, a dir poco incomprensibile, del ministro delle Infrastrutture che contesta l’ultima decisione del Tribunale di Palermo, senza avere letto il disponsitivo della sentenza. I parlamentari, specie quelli del centro-destra, ma, delle volte, anche quelli degli altri schieramenti politici, gli altri, spesso parlano ai propri aficionados.
Dice Feltri: ”Carola è stata sì arrestata, sì indagata, ma mai condannata, anzi prosciolta perché ubbidì alle leggi internazionali, e piuttosto – disse la Cassazione – illegittimo fu il suo arresto. Né mi pare che altri della Sea Watch abbiano commesso reati, né allora né prima né in seguito, perlomeno non reati riconosciuti nelle aule di giustizia italiane. Invece il risarcimento arriva perché Sea Watch non poté usare la sua nave per mesi, tenuta ferma senza ragioni dalla prefettura. E sapete da chi dipende la prefettura? Dal ministero dell’Interno”.
L’articolo prende le mosse dall’indignazione di Matteo Salvini per la decisione del Tribunale di Palermo di condannare lo Stato a risarcire Sea-Watch con 76 mila euro, a seguito del blocco della nave comandata da Carola Rackete nel 2019. Salvini presenta il risarcimento come uno spreco di “soldi degli italiani” e chiede se sia normale dover pagare chi avrebbe violato le leggi dello Stato.
Feltri ribalta la polemica ponendo “un paio di domande” cruciali. La prima: quali leggi sarebbero state violate? Rackete, ricorda l’autore, fu arrestata e indagata ma mai condannata, anzi prosciolta perché agì nel rispetto delle leggi internazionali sul soccorso in mare; la Corte di Cassazione stabilì inoltre che il suo arresto era illegittimo. Nessun reato, quindi, è stato riconosciuto ai membri di Sea-Watch dai tribunali italiani.
Il risarcimento non riguarda lo sbarco dei migranti, ma il danno economico subito dalla Ong per il fermo prolungato e ingiustificato della nave, disposto dalla prefettura. Ed è qui che Feltri chiude il cerchio: la prefettura dipende dal Ministero dell’Interno, allora guidato dallo stesso Salvini, come ricordato anche dal sottosegretario Nicola Molteni.
La conclusione è ironica e politica insieme: se quei 76 mila euro sono “soldi nostri”, a chi andrebbe chiesto conto del danno? Secondo Feltri, non certo a chi ha rispettato la legge, ma a chi prese decisioni poi giudicate illegittime.
20 febbraio 2026





