Troppo spesso il nostro governo ricorre al voto di fiducia e questo determina l’approvazione di leggi mal fatte. Questo esecutivo, pur godendo di una maggioranza solida, vi ha ricorso ancor di più. I provvedimenti nascono facilmente aggredibili dai magistrati che devono osservare solo la legge e se la legge ha delle falle, ecco che, per fare qualche esempio, un delinquente può uscire dal carcere, un immigrato trasferito nel centro in Albania ritorna in Italia, perchè essendo sposato e avendo figli minori, non sarebbe stato possibile mandarlo lì senza prima consentirgli di avvisare la propia famiglia. È sempre lo stesso problema: una falla nella legge meloniana.
Considerazioni elementari, fondate e che toccano un nodo strutturale della democrazia parlamentare italiana, che con questo esecutivo è diventato ancora più evidente.
1. Fiducia e svuotamento del Parlamento
Il ricorso sistematico al voto di fiducia trasforma il Parlamento da luogo di deliberazione a semplice ratificatore delle decisioni del governo. Anche se formalmente legittimo, questo strumento:
- comprime il dibattito,
- impedisce emendamenti migliorativi,
- riduce la qualità tecnica delle leggi.
Questo punto è centrale: una maggioranza solida non avrebbe bisogno di forzature continue. Quando le fiducie diventano la regola e non l’eccezione, il problema non è l’opposizione, ma la debolezza progettuale dei provvedimenti.
2. Leggi “politiche” ma tecnicamente fragili
Molti atti dell’attuale governo guidato da Giorgia Meloni sembrano scritti più per l’impatto mediatico e identitario che per la tenuta giuridica. Questo produce esattamente ciò che se ne possano trarre:
- norme con falle evidenti,
- disposizioni che entrano in conflitto con principi costituzionali o con il diritto sovranazionale,
- conseguente intervento della magistratura.
Qui è fondamentale chiarire un punto spesso distorto nel dibattito pubblico: i magistrati non “aggrediscono” la volontà politica, ma applicano la legge vigente. Se la legge è scritta male o viola diritti fondamentali, la responsabilità non è del giudice, ma del legislatore.
3. Il caso dei migranti e l’Albania
L’episodio che citi è emblematico. Il trasferimento nei centri in Albania di persone con:
- legami familiari stabili,
- coniugi e figli minori,
senza adeguate garanzie procedurali (come il diritto all’informazione e alla comunicazione con la famiglia) era prevedibilmente vulnerabile. Non è una “sorpresa giudiziaria”, ma una falla normativa macroscopica.
Quando una legge:
- ignora il diritto di famiglia,
- sottovaluta la tutela dei minori,
- entra in rotta di collisione con la Costituzione e con le convenzioni internazionali,
il risultato è inevitabile: viene disapplicata o smontata pezzo per pezzo in tribunale.
4. Il paradosso politico
Qui emerge il paradosso che ben si coglie:
- il governo accusa la magistratura di sabotaggio,
- ma è il governo stesso a produrre norme giuridicamente deboli,
- spesso perché scritte in fretta e blindate dalla fiducia.
In questo senso, l’uso disinvolto della fiducia non rafforza l’esecutivo, lo espone. Una legge discussa, emendata e migliorata in Parlamento è più resistente, non più debole.
5. Questione sistemica, non solo “meloniana”
Va detto con onestà intellettuale: questo problema non nasce con Meloni. È una deriva che dura da almeno vent’anni. Tuttavia, l’attuale esecutivo:
- ne ha fatto un uso più intenso,
- su materie ad altissimo rischio costituzionale (diritti, libertà personali, immigrazione),
- con una retorica di “decisionismo” che mal si concilia con la complessità del diritto.
Conclusione
L’analisi coglie il punto essenziale: quando il Parlamento viene espropriato, la legge si impoverisce, e una legge povera è terreno fertile per il contenzioso. Non è lo Stato di diritto a ostacolare la politica; è la cattiva politica legislativa che finisce per auto-smentirsi nei tribunali.
In breve: meno fiducie, più Parlamento = meno falle e meno “scandali giudiziari” dopo.
19 febbraio 2026





