Angelo Panebianco scrive un editoriale sul Corriere della Sera proponendo una sintesi chiara e strutturata di quel che si muove nel Vecchio Continente: troppi freni a un’ Europa più unita: meglio accordi di volta in vota tra chi ci sta, ossia un’Europa del ”federalismo pragmatico”.
L’articolo analizza le difficoltà dell’integrazione europea, suggerendo che un’unione politica non nascerà da un disegno teorico a tavolino, ma da scelte concrete e frammentate.
‘Scrive il prof. Panebianco: ”Nonostante ciò che spesso ci raccontiamo le più importanti innovazioni sociali o politiche sono assai raramente il frutto di disegni deliberati. Sono per lo più figlie del caso. Nascono, quasi sempre, dall’incontro/scontro, dalle negoziazioni e dai conflitti, fra tanti (singole persone o gruppi che siano), ciascuno dei quali ha i suoi scopi particolari. Il risultato è spesso qualcosa di inaspettato, qualcosa che nessuna delle tante persone coinvolte aveva immaginato o prefigurato. È così che in America, ad esempio, nacque, poco più di due secoli fa, il federalismo: fu la conseguenza di un tiro alla fune, il punto di caduta, frutto di un compromesso, fra chi preferiva una confederazione di tipo tradizionale e chi preferiva una maggiore concentrazione del potere. Chi si sforza di osservare con obiettività lo stato del mondo, e la condizione dell’Europa oggi, non può che concordare con Mario Draghi: l’Europa avrebbe oggi bisogno di maggiore unità e la strada del «federalismo pragmatico» (si aggregano intorno a progetti comuni quelli che di volta in volta ci stanno) sembra la migliore che si possa percorrere. Però gli ostacoli sono davvero tanti e se, come sarebbe necessario, all’Europa serve più unità, le strade per arrivarci potrebbero essere assai arzigogolate, confuse, complicate. E forse anche segnate dall’ambiguità”.
1. Il fallimento del metodo tradizionale
Il sogno di un’Europa federale nata da un accordo politico unanime tra i governi si è scontrato con la realtà. Gli ostacoli sono molteplici:
- Resistenze nazionali: le tradizioni politiche diverse (come il centralismo francese vs il federalismo tedesco).
- Calcoli elettorali: i leader europei rispondono a elettorati nazionali; spesso mantengono barriere interne o dazi per non perdere il consenso di specifici gruppi di interesse locali.
- Burocrazia e cultura: Esiste una resistenza culturale verso la creazione di grandi colossi industriali europei (simili a quelli di Musk o Bezos) e un eccesso di regolamentazione che frena le imprese.
2. La proposta: Il federalismo pragmatico
Seguendo la visione di Mario Draghi, l’autore sostiene che l’unica via percorribile sia quella di procedere “un passo alla volta” attraverso:
- Geometrie variabili: non aspettare tutti, ma favorire accordi tra i Paesi che sono pronti a collaborare su progetti specifici (es. la joint venture per il supercaccia GCAP tra Italia, Regno Unito, Giappone e probabilmente Germania).
- Iniziativa privata: ridurre i vincoli burocratici per permettere alle imprese di investire e crescere liberamente nello spazio europeo.
- Difesa e Nato: rafforzare il coordinamento militare tra i singoli Stati all’interno della cornice Nato come base per una futura difesa comune.
3. Conclusione: azione contro immobilismo
La storia insegna che le grandi innovazioni politiche nascono spesso dal compromesso e dal caso, non da piani perfetti. Anche se questo approccio “disordinato” può deludere chi cerca mete ambiziose e coerenti, l’alternativa è il declino economico e l’emarginazione globale.
In sintesi: tra il restare fermi in attesa di un’unione perfetta e l’agire in modo pragmatico e frammentato, la seconda opzione è l’unica via per evitare l’irrilevanza.
9 febbraio 2026





