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Eventi

La tavolozza dei Macchiaioli nel capoluogo lombardo

di Patrizia Lazzarin

Un colore capace di trasformarsi in luce: rossi, bianchi, azzurri, gialli, verdi e blu ci avvolgono e catturano i nostri occhi.  Una tavolozza prestata alla Natura e viceversa, dove la bellezza si coniuga al sentimento, ossia alla percezione che noi cogliamo della sua intimità e al tempo stesso della sua infinitezza. La mostra sui Macchiaioli in questi giorni apertasi a Milano, a Palazzo Reale, racconta la storia di questo movimento, dal suo sorgere fino al suo consolidarsi, nell’evidenza di un nuovo linguaggio.

I Macchiaioli hanno fatto uso dei pennelli per narrare l’epopea del popolo italiano che anelava alla propria indipendenza e libertà. L’esposizione permette di conoscere la corrente pittorica proiettandola quindi sullo sfondo degli anni che hanno visto la nascita dello Stato italiano. L’arco cronologico in cui operano gli artisti della “macchia” racchiude il periodo compreso dal 1848 fino alla morte di Giuseppe Mazzini, nel 1872. Artisti e poeti combatterono. Furono feriti come Girolamo Induno, morirono come Goffredo Mameli nelle battaglie precedenti la caduta della Repubblica Romana nel 1849.

Telemaco Signorini, Pascoli a Castiglioncello, 1861, Collezione privata

Furono per la maggior parte toscani e in particolare legati a Firenze che diventerà anche capitale provvisoria del nuovo Regno d’Italia dal 1865 al 1871, ma che soprattutto con il suo grande patrimonio artistico e per la sua lingua, ricordiamo lo “sciacquar dei panni in Arno” di  Alessandro Manzoni per la revisione dei Promessi Sposi, diventerà un polo di riferimento culturale.

“Si doveva dunque combattere e combattendo ferire, era quindi necessaria un’arma ed una bandiera, e fu trovata “la macchia” in opposizione alla forma, che vestiva il primo ortolano di Scandicci con l’elmo di Ferruccio, e fu detto che la forma non esisteva e siccome alla luce tutto esisteva per colori e per chiaroscuro così si volle solamente per macchie ossia per colori e per toni ottenere gli effetti del Vero”

Le parole appartengono a Diego Martelli, critico d’arte e mecenate che sostenne i Macchiaioli e per i quali, nel 1867 fondò, assieme agli artisti Telemaco Signorini e Adriano Cecioni, il primo periodico che prese il nome di Gazzettino delle Arti e del Disegno.

Giovanni Fattori, Soldati francesi del ’59, 1859 circa, Collezione privata

Nelle parole tratte dai suoi scritti riconosciamo la poetica del vero che contraddistinse la corrente. Un vero che attinge dalla storia del nostro paese, al significato di figure come Dante o Michelangelo, dalla civiltà dei comuni medievali, espressioni di libertà, ma che costruisce valore intorno alla gente del popolo e ai paesaggi così solari, nei prati di fieno attraversati da animali che diventano protagonisti e, ai borghi, dove la terra e le pietre bianche confinano con le profondità blu del mare.

A partire dal 1858 Telemaco Signorini e Vincenzo Càbianca dipingono nei dintorni del Golfo di La Spezia, affascinati dalla luce di quella costa con i suoi caseggiati prospicienti il mare.

Nella sua tenuta di Castiglioncello, un piccolo borgo di contadini e pescatori Martelli ospiterà gli amici del Caffè Michelangelo di Firenze, dove i Macchiaioli spesso si ritrovavano per discutere.

 In questo litorale incontaminato nascono i capolavori di Casa e Marina a Castiglioncello  e Carro rosso di Odoardo Borrani.

Giuseppe Abbati, Stradina al sole, 1863 circa, Collezione privata

Nelle belle giornate invernali spesso invece i pittori si incontravano nella campagna di Piagentina, a ridosso delle mura medievali. Si dispiega così, davanti a noi, in mostra, come su un tapis roulant l’incanto di luoghi come in Arno alla Casaccia e La stradina al sole di Giuseppe Abbati.

Qui, in questo secondo dipinto lo sguardo dell’artista si sofferma, in un caldo giorno di primavera, su uno scorcio di vita quotidiana dove ritma i suoi passi una contadinella con un grande cappello di paglia, lungo un grande muro bianco che si vena di luce forte e del senso di intensa malinconia proprio dell’artista.

Una foto all’ingresso della mostra a Milano ci mostra i volti di quel gruppo di Macchiaioli riuniti nel famoso Caffè Michelangelo. Sono Giuseppe Abbati, Cristiano Banti, Odoardo Borrani, Vincenzo Càbianca, Adriano Cecioni, Giovanni Costa detto Nino, Vito D’Ancona, Serafino da Tivoli, Giovanni Fattori, Silvestro Lega, Raffaelo Sernesi e Telemaco Signorini.

In mostra potremmo apprezzare lo stile e le tonalità del colore delle loro opere.

Vincenzo Càbianca, Le monachine, 1862, Collezione privata

A loro si aggiungeranno poi Giovanni Boldini, Giuseppe De Nittis e Federico Zandomeneghi che in seguito si trasferirono a Parigi, condividendo con gli Impressionisti francesi la stessa attenzione e l’amore per la luce, mantenendo invece un differente atteggiamento verso il carattere strutturale del disegno. “Italiens de Paris” vennero chiamati.

La mostra è stata prodotta da Palazzo Reale, 24 ORE Cultura – Gruppo Il Sole 24 ORE e Civita Mostre e Musei ed è il risultato degli ultimi studi da parte di tre autorevoli esperti italiani del movimento: Francesca Dini, Elisabetta Matteucci e Fernando Mazzocca.

9 febbraio 2026