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Economia

I marchi storici italiani vanno in vendita

Milena Gabanelli e Rita Querzè hanno pubblicato sul Corriere della Sera un articolo che analizza il paradosso tra la retorica della tutela del Made in Italy e la realtà dei dati industriali.

Scrivono Gabanelli e Querzè: ”Nel 2022 il governo Meloni ha ribattezzato il ministero dello Sviluppo economico, in ministero delle Imprese e del Made in Italy. Il messaggio agli italiani è chiaro: intendiamo valorizzare il nostro marchio e blindare le nostre imprese. Un’ambizione che deve fare i conti con una crisi iniziata alla fine del 2007 e che ha portato il nostro Paese, nel giro di 18 anni, a perdere quasi un quarto della produzione industriale. Quindi prima di vedere come è andata dall’insediamento di Meloni in poi, occorre considerare la situazione ereditata dal governo a settembre 2022. La globalizzazione dei mercati ha messo in difficoltà tutta l’industria europea. Ma il caso italiano ha tratti distintivi. Se guardiamo il volume dei prestiti alle imprese tra il dicembre 2011 e lo stesso mese del 2024, in Italia è sceso del 31%, mentre in Francia è aumentato del 70% e in Germania del 53%. Anche nella raccolta di capitali in Borsa qualcosa si è inceppato: nel solo 2025 si sono quotate una ventina di imprese, tutte piccole e medie, mentre gli addii a Piazza Affari sono stati 29. In questa cornice le nostre aziende vedono una opportunità nei capitali stranieri.

L’articolo evidenzia una contraddizione profonda: nonostante la nascita nel 2022 del Ministero delle Imprese e del Made in Italy (Mimit) con scopi dichiaratamente protezionistici, l’industria italiana continua a perdere pezzi a favore di capitali esteri.


1. I numeri della “fuga”

Il panorama industriale italiano appare fragile e segnato da una forte emorragia di competenze e proprietà:

  • Acquisizioni estere: solo nel 2024, ben 429 aziende italiane sono passate in mani straniere.
  • Fatturato: Il peso delle aziende a controllo estero sul fatturato nazionale è balzato dal 29,7% (2022) al 34,5% (2024).
  • Borsa e credito: Piazza Affari vede più “addii” che nuove quotazioni, mentre i prestiti alle imprese sono crollati del 31% dal 2011 (contro crescite enormi in Francia e Germania).

2. Le cessioni eccellenti

L’inchiesta elenca marchi storici e asset strategici che hanno cambiato bandiera negli ultimi tre anni:

  • Energia e Infrastrutture: la rete fissa TIM (fondo USA KKR) e la IP (Socar – Azerbaigian), con conseguente perdita di sovranità energetica.
  • Trasporti e Meccanica: Iveco (passata agli indiani di Tata), Comau (fondo USA), Piaggio Aerospace (Turchia).
  • Consumo e Moda: Bialetti (Cina), Etro (100% straniera), Golden Goose (fondi asiatici).
  • Trasporto aereo: ITA Airways verso Lufthansa.

3. I rischi: il caso Nerviano Medical Sciences

Mentre alcuni passaggi di proprietà sono positivi (es. Lamborghini o Hitachi), altri mostrano il lato oscuro della svendita. Il centro di ricerca oncologica NMS, acquisito dai cinesi, ha aperto una filiale a Shanghai e ha annunciato licenziamenti in Italia, rischiando di trasferire all’estero anni di ricerca scientifica italiana.

4. Le criticità della politica industriale

Secondo le autrici, l’Italia soffre di una mancanza di visione strategica, caratterizzata da:

  • Costi energetici: le imprese italiane pagano l’energia il 30% in più della media UE, ma il “decreto Energia” subisce continui rinvii.
  • Incentivi instabili (“Stop and Go”): i fondi per l’automotive sono stati drasticamente tagliati (da 8,7 a 1,6 miliardi). Il piano Transizione 5.0 ha subito tagli improvvisi e cambi di regole (dal credito d’imposta all’iperammortamento), creando incertezza totale per gli imprenditori.
  • Finanziamenti a pioggia: misure come la Zes Unica distribuiscono fondi in modo frammentato, finanziando anche investimenti poco innovativi (come i capannoni) invece di puntare sull’alta tecnologia.

Conclusioni: un bilancio in rosso

Negli ultimi tre anni, la produzione industriale italiana è scesa del 3,8%. L’inchiesta conclude che la tutela del Made in Italy non può passare solo dai nomi dei ministeri, ma richiede certezze normative, riduzione dei costi strutturali e una scelta chiara dei settori strategici su cui puntare per evitare il declino.

9 febbraio 2026