Mattia Feltri ha pubblicato su La Stampa un articolo in cui fa delle acute osservazioni, con ironia e realismo, che la tanto decantata fine della globalizzazione e il ritorno a un isolazionismo nazionale (in particolare associato a Donald Trump) sono una falsa semplificazione. L’idea che Trump — con lo slogan “America first” — volesse limitare l’impegno internazionale degli Stati Uniti al solo territorio nazionale è stata smentita dai fatti.
Scrive Feltri: ”Vi ricordate la storia della globalizzazione che era finita? Che si tornava agli stati nazionali? Che Donald Trump aveva vinto perché la priorità assoluta era l’America dentro i confini dell’America, e basta con l’occuparsi del resto del mondo? Ancora: ha favorito la non solidissima tregua a Gaza, non è ancora riuscito a favorirla in Ucraina (…) ha bombardato l’Iran, con cui ora sta trattando ma forse lo bombarda di nuovo, intanto minaccia l’Iraq se oserà rieleggere al-Maliki a capo del governo, minaccia anche Cuba e chiunque osi darle un mano, ha sequestrato il dittatore venezuelano Maduro, se la Colombia non si mette in riga farà la stessa fine, vuole conquistare la Groenlandia, poi vuole conquistare Panama, ha litigato con il Messico, con il Canada, con l’Australia, con l’intera Unione europea per motivi vari”
Feltri elenca una lunga serie di coinvolgimenti americani nel mondo: dagli sforzi per una tregua a Gaza, ai negoziati (non conclusi) sull’Ucraina, al conflitto tra Cambogia e Thailandia, dai raid contro obiettivi iraniani alle tensioni con Iraq, Cuba e a altri Paesi, fino alle dispute con Messico, Canada, Australia e l’Unione Europea.
Trump, quindi, pur proclamando un’uscita da certe dinamiche globali, rimane profondamente impegnato in politica internazionale, intervenendo direttamente o indirettamente in molte crisi e contrasti. I suoi interventi spaziano dall’America Latina, all’Asia, all’Africa, alle dispute commerciali e diplomatiche con grandi potenze come la Cina.
La conclusione di Feltri è chiara e critica: in un mondo globalmente interconnesso non è possibile essere davvero “sovranisti” senza essere, di fatto, “globalisti” — perché le sfide, i conflitti e gli interessi travalicano qualunque confine nazionale.
In sintesi, l’articolo mette in luce in modo sintetico e ironico che:
– L’idea del ritorno agli stati nazionali autonomi è superata dalle dinamiche reali di un mondo interdipendente.
– Anche chi predica sovranismo finisce per agire su scala globale perché questioni come conflitti, economia, sicurezza e diplomazia non possono restare confinate entro i confini nazionali.
7 febbraio 2026




