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Le liste d’attesa: tempi e business

Milena Gabanelli e Simona Ravizza hanno pubblicato sul Corriere della Sera un articolo in cui mettono in luce un sistema in cui le liste d’attesa, invece di essere un problema da risolvere, appaiono come un meccanismo economico strutturale che alimenta il business della sanità privata.

I report interni che svelano il susiness a danno dei pazienti vale 10 miliardi. Nel pubblico attività privata fino al 90%. I casi di 2 eccellenze: RIizzoli di Boogna e Humanitas di Milano.

Scrivono Gabanelli e Ravizza: ”Per legge, la libera professione intramoenia — cioè l’attività privata svolta dai medici dentro o per conto dell’ospedale pubblico — non può superare l’attività istituzionale garantita dal Servizio sanitario nazionale. L’obiettivo è chiaro: le liste d’attesa vanno tenute sotto controllo. Accade esattamente il contrario. I dati del ministero della Salute dimostrano la percentuale di attività in libera professione svolta in tutti gli ospedali pubblici. Vediamo con esempi estratti da documenti riservati cosa succede tra gennaio e settembre 2025 per gli esami diagnostici. Cardarelli di Napoli, colonscopia: al 98% in libera professione. Ospedale Besta di Milano: ecografia osteoarticolare al 90%. Istituti fisioterapici ospitalieri di Roma, risonanza magnetica: 85%. Sulle visite mediche abbiamo i dati aggiornati a tutto il 2025. Azienda ospedaliera universitaria di Padova prima visita cardiologica 84%. Azienda Usl Toscana Sud-est prima visita ginecologica 70%. Ospedale Policlinico San Martino di Genova prima visita neurologica 66%. Su Corriere.it la lista completa”.


Sanità: Il business delle liste d’attesa

L’articolo denuncia un paradosso: gli italiani spendono 10 miliardi di euro l’anno di tasca propria per visite ed esami perché il servizio pubblico è intasato. Tuttavia, l’intasamento non è solo un’inefficienza, ma il risultato di interessi economici incrociati tra pubblico e privato.

1. La legge violata (intramoenia fuori controllo)

Per legge, l’attività privata dei medici negli ospedali pubblici (intramoenia) non dovrebbe mai superare quella istituzionale. I dati del 2025 mostrano una realtà opposta:

  • Cardarelli (Napoli): colonscopie al 98% in libera professione.
  • Besta (Milano): ecografie osteoarticolari al 90%.
  • IFO (Roma): risonanze magnetiche all’85%.
  • Padova: visite cardiologiche all’84%.

2. Il “circolo vizioso” a due livelli

L’inchiesta individua due livelli di distorsione del sistema:

  • Livello 1: il cittadino, non trovando posto nel pubblico, paga lo stesso medico in privato. Spesso, la visita privata diventa una “scorciatoia” per accedere più velocemente agli interventi chirurgici nel pubblico, scavalcando chi è in lista d’attesa.
  • Livello 2: i gruppi privati accreditati incassano fondi pubblici, ma spingono sulle prestazioni a pagamento più redditizie, utilizzando spesso medici del settore pubblico per alimentare le loro cliniche private.

3. I casi studio: Rizzoli e Humanitas

L’articolo analizza due eccellenze per spiegare come il sistema si saturi:

  • Istituto Rizzoli (Bologna): nonostante sia un’eccellenza pubblica, invia i suoi medici a fare visite private in 77 ambulatori in tutta Italia. Questo “pesca” pazienti da fuori regione che intasano l’ospedale bolognese: quasi un ricovero su due è extra-regionale. Risultato: i cittadini emiliani aspettano oltre un anno per un intervento all’anca o al ginocchio.
  • Humanitas (Milano): il colosso privato ha visto crescere il fatturato privato (+15,5 milioni) tre volte più di quello pubblico. Ha acquisito quote della clinica Columbus (totalmente privata), dove lavorano almeno 137 medici dei principali ospedali pubblici milanesi, sfruttando una deroga di legge che dovrebbe essere eccezionale e che invece diventa prassi.

4. Conclusioni: a chi conviene?

L’inchiesta conclude che abbattere le liste d’attesa non conviene a nessuno degli attori economici coinvolti. Sebbene il cittadino avrebbe diritto a pagare solo il ticket per una prestazione privata se i tempi pubblici non vengono rispettati, questa opzione non viene quasi mai pubblicizzata.

In sintesi: La sanità pubblica sta diventando un “serbatoio” per il privato, dove il paziente è costretto a pagare per non rinunciare alle cure.

3 febbraio 2026