Il prof. Francesco Giavazzi, già professore all’Università degli Studi di Padova e all’Università Ca’ Foscari Venezia, attualmente insegna politica economica all’Università Bocconi di Milano, della quale è stato pro-rettore alla ricerca fra il 2000 ed il 2002; inoltre è un regolare professore in visita al MIT di Boston. sul tema delle startup e del mercato unico europeo, ha scritto un editoriale sul Corriere della Sera, in cui scrive delle grandi difficoltà che le startup che nascono nel Vecchio Continente preferiscono, anzichè avere sostegno in casa loro (in Ue) preferiscono trasferirsi negli Stat Uniti.
Afferma Giavazzi: ”Un esempio è Toolsgroup, un’azienda nata trent’anni fa tra Milano e Barcellona dall’idea di un fisico israeliano e un ingegnere genovese, che introdussero l’uso di modelli probabilistici, e in seguito dell’intelligenza artificiale, nella gestione delle catene di fornitura delle imprese. Venti anni fa l’azienda decise di spostarsi a Boston. Aveva bisogno di continuare a crescere, ma in Europa questo non era più possibile. Non perché il mercato fosse troppo piccolo: nell’Ue ci sono 450 milioni di consumatori, 100 milioni più che negli Stati Uniti, ma perché il mercato europeo è troppo frammentato. Aprire una succursale in un altro Paese europeo comporta costi fissi (registrazione dell’azienda, assistenza amministrativa, notaio, commercialista, consulenti tributari e del lavoro, tutte funzioni specifiche al Paese in cui vai) che un’azienda in crescita, ma ancora piccola, non riesce a sopportare”.
Il problema: la fuga delle startup verso gli USA. Giavazzi evidenzia un fenomeno preoccupante: circa il 6% delle startup europee finanziate da venture capital (circa 600 aziende) finisce per trasferirsi all’estero, e l’85% di queste sceglie gli Stati Uniti. Il caso di Toolsgroup è emblematico: nata tra Milano e Barcellona, l’azienda è stata costretta a spostarsi a Boston perché la crescita in Europa era ostacolata da un mercato eccessivamente frammentato.
Le barriere del mercato europeo. Nonostante l’UE vanti 450 milioni di consumatori (più degli USA), non esiste un vero mercato unico per le imprese nascenti. Espandersi in un altro Paese dell’Unione comporta costi fissi insostenibili per una piccola azienda: nuove registrazioni, costi notarili, diverse normative fiscali e del lavoro. Al contrario, negli Stati Uniti, una singola registrazione in Delaware permette di operare liberamente in tutta la nazione.
Il paradosso dei capitali. La frammentazione non allontana solo le imprese, ma anche i capitali. Ogni anno, tra i 300 e i 400 miliardi di euro di risparmio europeo vengono investiti negli Stati Uniti. L’Europa, paradossalmente, finanzia la crescita americana perché non riesce a offrire un sistema integrato per impiegare le proprie risorse nelle proprie aziende.
La soluzione: un “Delaware europeo”. La Commissione Europea presenterà il 18 marzo una proposta per creare un regime giuridico semplificato (un “ventottesimo regime”). Giavazzi sottolinea l’importanza di non ripetere gli errori del passato:
- Target mirato: in precedenza, proposte simili erano fallite perché troppo vaste. La nuova norma dovrebbe concentrarsi specificamente sulle startup innovative (e settori strategici come la difesa), rendendola politicamente più accettabile e meno soggetta al veto dei Paesi membri o delle lobby professionali.
- Oltre la regolamentazione: l’obiettivo è dimostrare che l’Europa non sa solo emanare regole, ma sa anche creare le condizioni affinché l’innovazione prosperi internamente.
Conclusione. L’autore conclude che sarebbe paradossale se l’Europa, mentre cerca di abbattere le barriere commerciali con il resto del mondo (India, Mercosur), continuasse a mantenere ostacoli burocratici interni che soffocano le proprie eccellenze tecnologiche.
2 febbraio 2026





