Il Corriere Blog

Quotidiano online

Sostieni il Corriere Blog



Scienza & Tecnologia

La disinformazione è un problema diverso da come lo immaginiamo

Il sito Il Post affronta il tema della disinformazione che, grazie all’infuenza dei social, ha assunto un rilievo tale che possono determinare anche un’elezione presidenziale (come si è verificato nel novembre del 2005 con la conquista negli Stati Uniti della Casa Bianca da parte di Donad Trump) e l’articolo sintetizza meritoriamente un dibattito accademico e sociologico recente che mette in discussione il modo in cui percepiamo e affrontiamo, appunto, la disinformazione. Il punto centrale è che il fenomeno è molto più complesso e meno “diretto” di quanto la narrazione comune lasci intendere.

‘Scrive Il Post: ‘La disinformazione è da anni, e in particolare dalla pandemia in poi, uno degli argomenti più discussi e trasversali sia nel dibattito pubblico che all’interno della comunità accademica. La preoccupazione riguardo alla possibilità che informazioni inesatte o imprecise condizionino i comportamenti della collettività ha ispirato e continua a ispirare vari e spesso complicati e infruttuosi tentativi istituzionali di contrastare la loro diffusione. Ma alcune riflessioni e ricerche recenti si sono concentrate sulla fragilità di molte opinioni comuni sulla disinformazione, e la descrivono come una questione non nuova, da sempre molto scivolosa e oggetto di frequenti semplificazioni e strumentalizzazioni”.

Ecco i punti principali della sintesi:

1. La confusione terminologica. Uno dei problemi principali è l’assenza di definizioni condivise. Spesso si usano come sinonimi termini che indicano concetti diversi:

  • Misinformation: informazioni inaccurate diffuse in buona fede.
  • Disinformation: informazioni false diffuse intenzionalmente per ingannare.
  • Infodemia: una circolazione eccessiva di informazioni (vere o false) che rende difficile orientarsi. Questa confusione, presente anche in molti studi scientifici, rende complicato stabilire strategie di contrasto efficaci.

2. Il mito della “novità” tecnologica. L’articolo avverte del rischio di considerare la disinformazione come un fenomeno figlio esclusivamente dei nuovi media e dei social network. Sebbene le tecnologie ne abbiano accelerato la diffusione, sovrastimare il ruolo della tecnica porta a ignorare le radici storiche e sociali del problema.

3. Il legame non diretto tra fake news e comportamento. Il punto più critico riguarda il nesso causale tra ricevere una notizia falsa e compiere un’azione dannosa. Gli studi più recenti suggeriscono che:

  • Non basta essere esposti a una notizia falsa per crederci o per cambiare radicalmente il proprio comportamento.
  • Le persone tendono a credere alla disinformazione se questa conferma pregiudizi o identità politiche e sociali già radicate.
  • Il rapporto è quindi “multifattoriale”: la disinformazione è spesso un sintomo di una sfiducia preesistente nelle istituzioni, piuttosto che la causa unica di tale sfiducia.

4. I limiti delle soluzioni istituzionali. Proprio perché il problema viene spesso semplificato, i tentativi delle istituzioni di contrastarlo risultano frequentemente “infruttuosi”. Se si pensa che basti correggere un’informazione falsa (fact-checking) per cambiare l’opinione di chi ci crede, si ignora la complessità psicologica e sociologica del perché quella persona abbia scelto di credere a quella notizia.

In sintesi, l’articolo invita a guardare alla disinformazione non come a un “virus” esterno che infetta persone sane, ma come a un fenomeno complesso legato all’identità, alla fiducia sociale e a dinamiche comunicative molto più profonde della semplice veridicità di un post sui social.

2 febbraio 2026