Bill Emmott, scrittore indipendente e consulente in affari internazionali, dal 1993 al 2006 direttore di The Economist, ha pubblicato su La Stampa un editoriale in cui analizza la drammatica situazione in cui vive l’Iran con la concreta minaccia da parte americana di un imminente attacco per porre fine al regime teocratico a Teheran.
Il contesto: l’Iran nel mirino. Emmott offre sua visione per valutare la strategia (o la mancanza di essa) dietro l’invio di una “imponente armata” navale americana verso l coste iraniane. Dopo i bombardamenti ai siti nucleari di giugno 2025 e il recente raid in Venezuela, Trump sembra puntare a un nuovo “trofeo”: il cambio di regime a Teheran, nonostante il parere contrario di alleati storici come Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, che hanno negato l’uso dei propri spazi aerei.
”Poiché così tanta parte della presidenza di Trump ha comportato dichiarazioni chiassose e gesti teatrali, si sarebbe tentati di vedere nelle sue ultime minacce all’Iran una messinscena, invece che la realtà. Ma schierare un’armata che include la portaerei statunitense Abraham Lincoln è molto costoso. Una volta arrivati in loco i militari, è una tentazione farvi ricorso. Farlo senza una finalità precisa in mente, però, rischia di essere più teologico che pratico. Trump ha detto che l’Iran deve fare due cose per evitare di essere attaccato: la prima è abbandonare il nucleare; la seconda è smettere di uccidere i dimostranti. Dato che in precedenza Trump ha affermato che gli ultimi bombardamenti americani di giugno avevano già “obliterato” gli impianti nucleari iraniani, non è chiaro però che cos’altro il governo iraniano potrebbe fare adesso al di là di dichiarare (come ha già fatto) di non avere in programma la messa a punto di armi nucleari”.
Le motivazioni di Trump: teologia del potere vs pragmatismo. Secondo l’autore, la politica estera di Trump non segue una coerenza strategica, ma una “teologia del potere”. Le richieste ufficiali di Trump all’Iran (stop al nucleare e fine della repressione dei manifestanti) appaiono pretestuose o tardive:
- Nucleare: Trump sostiene di aver già distrutto i siti iraniani a giugno, rendendo superflua la richiesta.
- Diritti umani: la minaccia arriva dopo che decine di migliaia di persone sono già state uccise nel silenzio della Casa Bianca, rendendo il monito quasi un “insulto” alle vittime.
L’obiettivo: il “trofeo” del leader. Emmott suggerisce che Trump, galvanizzato dal successo del rapimento di Maduro in Venezuela, voglia replicare l’operazione in Iran cercando di eliminare la Guida Suprema Khamenei o i vertici delle Guardie della Rivoluzione. L’obiettivo non è la stabilità regionale, ma la pura ostentazione di forza per indebolire gli alleati di Russia e Cina e gratificare il proprio ego politico, senza curarsi del “dopo”.
Paralleli interni ed esterni. L’editorialista traccia un parallelo tra l’aggressività estera e la politica interna americana: l’uso dell’ICE come braccio militare contro gli Stati democratici (Minnesota e Oregon) risponde alla stessa logica del “mostrare i muscoli”, dove l’esercizio del potere conta più del risultato pratico.
La reazione dell’Europa. Di fronte a un’America imprevedibile, l’Europa e il Regno Unito stanno cercando di diversificare i propri interessi:
- L’UE ha accelerato l’accordo commerciale con l’India.
- Il premier britannico Starmer ha visitato la Cina. Queste mosse sono dettate dal pragmatismo economico per difendersi dai dazi USA, anche a costo di chiudere un occhio sul supporto che India e Cina danno alla Russia.
Conclusione: l’appello per l’Ucraina. Emmott conclude avvertendo che l’Europa, mentre cerca nuove sponde commerciali, non deve dimenticare l’Ucraina, attualmente lasciata indifesa dai ritardi nelle forniture militari. Se il potere è diventato l’unica moneta di scambio internazionale, l’Europa deve esercitare il proprio per proteggere Kiev dall’aggressione russa.
31 gennaio 2026





