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Dissoluzione della Nato: disastro o liberazione?

di Antonello Catani

        A Davos, il Premier canadese Mark Carney ha pronunciato una frase emblematica che conviene riportare per esteso: “Non si può vivere nella menzogna dei reciproci benefici dell’integrazione quando l’integrazione diviene la fonte della vostra subordinazione.” Senza fare nomi, egli si stava riferendo alle relazioni fra Europei e Stati Uniti e in particolare ai tentativi di Donald Trump di impadronirsi con la forza di certi territori “parte del menu”, come egli ha detto, territori che almeno nelle dichiarazioni includono non solo la Groenlandia ma anche il Canada. Ovviamente, la NATO è il fulcro militare dell’integrazione menzionata da Carney.

       Il cambio di registro di Donald Trump a Davos e il suo repentino abbandono della minaccia di usare la forza e anche del ricatto di tariffe punitive non sono verosimilmente dovuti al discorso di Mark Carney o a quello sullo stesso tono di Emmanuel Macron. La semplice verità è che Donald Trump ancora una volta “ci ha provato,” cosa che conferma che egli potrebbe a buon diritto aspirare al Nobel dei bluff e delle frottole. Sta di fatto che di fronte alle furiose reazioni europee e avvertimento di pesanti contromisure economiche a carico degli Stati Uniti, egli ha fatto marcia indietro su entrambi i fronti. L’immancabile e patetico cortigiano segretario della NATO gli ha poi dato una mano nell’elaborazione di un misterioso piano alternativo che, a detta di Donald Trump, soddisfa tutti. Naturalmente i dettagli del suddetto piano, ammesso che esista, non sono noti e tutto fa credere che siamo di fronte a un’ennesima frottola.

       Ma ritorniamo alla frase del Primo Ministro canadese.

       In realtà, essa supera il tema della Groenlandia e mette a nudo la storia europea degli ultimi 75 anni. Non è chiaro se lo stesso Carney si sia reso conto di tutte le implicazioni del concetto da lui espresso, visto che anche il Canada fa parte della NATO. A Davos non aleggiava infatti solo lo spettro dell’arrogante riemersione di un anacronistico imperialismo coloniale. Nell’aria aleggiava anche quello  di una NATO paradossalmente  divisa al proprio interno e di una sua possibile dissoluzione, come se ciò fosse quindi un disastro. Già. Ma perché sarebbe un disastro e non una liberazione, una guarigione?

       Carney ha diplomaticamente usato il termine subordination (subordinazione), anziché submission (sottomissione).  Di fatto, il sostantivo che più corrisponde al rapporto europeo con gli Stati Uniti, senza ipocrisie e infingimenti di comodo, è quello di sottomissione, di sudditanza, non solo di tipo militare ma anche politica. C’è da chiedersi perché tanti hanno ritegno ad ammetterlo o preferiscono comunque evitare il tema. Fra l’indipendenza  militare, economica e psicologica dell’Europa prebellica e il suo attuale stato di sudditanza vi è un abisso.

       In genere, gli amanti degli scenari tranquilli, i pigri mentali o insomma gli indifferenti (ovvero la maggioranza) propendono a minimizzare i problemi o addirittura a far finta che non ci siano. L’anomalia e le inerenti contraddizioni o comunque i lati ambigui di un organismo (la NATO) istituito 75 anni fa con obiettivo di contrastare l’espansione sovietica, ma che continua ad esistere e a espandersi nonostante l’Unione Sovietica sia ormai defunta da 35 anni, passano insomma sotto silenzio. La retorica corrente è arrivata al punto dal presentare l’organismo in questione come un fisiologico e naturale organo dell’Europa. La maggior parte degli Europei sono infatti nati e vissuti alla sua ombra, cosa che lo ha reso una sorta di culla e rifugio. Ciò spiega l’altrimenti incongrua apprensione e sgomento per una possibile dissoluzione dello stesso, ma non elimina la strutturale anomalia che lo caratterizza.

       Ora, a cosa corrisponde in realtà il suddetto organismo? In apparenza, esso sembrerebbe corrispondere solo ad un’alleanza militare protettiva. Anche così, l’anomalia e le contraddizioni rimangono. Dopo la vittoria sulla Germania e l’inattesa pressione sovietica a ovest, gli Stati Uniti si accorsero di aver aiutato e sostenuto un pericoloso avversario. Ed ecco la NATO nel 1949. Ironicamente, nel baluardo finirono per entrare sia gli ex- nemici (la Germania), sia un ex- neutrale, asiatico e totalmente estraneo all’Europa (la Turchia.) I Sovietici crearono Stati satelliti in Europa orientale, ma l’equivalente Patto di Varsavia nacque solo nel 1955. La poca lungimiranza dell’ingresso in particolare della Turchia nella NATO appare oggi in tutta la sua miopia: essa possiede il più grande esercito europeo, una base nevralgica a Incirlik con armi atomiche e oscilla fra supposte aderenze europee e amori islamici, amicizie russe, alleanze iraniane e protezioni di eccellenti membri di Hamas. Questo, assieme all’invasione dell’Iraq, alla destabilizzazione della Libia, ai feroci bombardamenti della Serbia e adesso alla guerra per procura in Ucraina, è uno dei frutti più caotici della NATO.

      In ogni caso, grazie alla copertura militare americana e al famigerato articolo 5 di reciproco aiuto, l’Europa si è cullata per decenni in una sorta di placida sicurezza, il cui costo era tuttavia la larvata e capillare presenza di truppe di occupazione. Il termine ovviamente irrita, ma le basi militari di terzi in un altro Paese indipendente sono sempre state corollario di occupazioni militari.

      Vi sono poi elementi economici, anch’essi manipolati ad arte.

      Secondo l’osservatorio americano indipendente Taxpayaers for Common Sense, i costi diretti per il funzionamento della NATO nel 2024 sono stati pari a circa 4.6 miliardi. Il contributo americano sarebbe stato di circa 753 milioni di dollari, ovvero lo 0.1% del totale annuale delle spese degli Stati Uniti per la difesa. La partecipazione americana ha pesato dunque il 16.3% dei costi della NATO in Europa. Le note rimostranze e pressioni di Donald Trump a portare al 5% del GDP i contributi individuali degli Stati europei sono basate su un’omissione poco trascurabile. Infatti, non solo le basi americane in Europa non pagano nessun affitto ai Paesi ospitanti, ma sono inoltre questi ultimi a fornire le strutture dei necessari servizi e a sostenere i relativi costi di manutenzione. Tenendo conto di tali vantaggiose condizioni, sotto molti aspetti tipiche di qualsiasi esercito di occupazione (vedi la Gran Bretagna in India e gli Stati Uniti ancora a Okinawa), il costo reale per gli Stati Uniti è di gran lunga inferiore alle apparenze e alle lamentele.

       A parte i lati militari dell’integrazione, ve ne sono tuttavia altri non dichiarati, che non fanno parte dello Statuto della NATO e neanche degli obblighi e doveri ufficiali dei vari membri, ma che sono la parte sommersa e più vincolante della presunta alleanza.

       Il ruolo “difensivo” delle basi americane in Europa è un comodo pretesto e funziona come vernice cosmetica di uno scopo più ampio: quello di arginare qualsiasi governo russo, quale che sia il regime, e nello stesso tempo controllare, a distanza dagli Stati Uniti, il Mediterraneo e il Vicino Oriente. La finzione della difesa ha trascinato l’Europa nella dissennata guerra per procura alla Russia, che ha scatenato la devastazione dell’Ucraina, la conseguente emorragia di aiuti senza scopo né fine a quest’ultima, il subdolo sabotaggio del Nord Stream e la conseguente depressione economica dell’Europa, tutto ciò col servizievole aiuto dell’Unione Europea.

       La finzione ha creato e alimentato la sudditanza, e questa condiziona a sua volta i gli obiettivi, le scelte e le amicizie degli Stati europei, docilmente allineati alle politiche di Washington. Il risultato è che per interi decenni l’Europa non ha mai avuto una sua politica indipendente, ha vissuto legata al filo di taciti o discreti diktat americani, senza che i suoi rappresentanti politici abbiano osato opporsi e liberarsi dalle pastoie. Sicuramente esse sono ormai diventate una ragnatela e si estendono in tutte le direzioni, cosa che rende ancora più difficoltoso l’affrancamento. Ma proprio tale invadente ragnatela dovrebbe essere uno stimolo al cambiamento. Quando il Governatore della California, Gavin Newsom ha di recente invitato gli Europei a farsi “una spina dorsale”, egli non stava insultando nessuno ma solo additando il cuore del problema.

       L’asciutto riferimento di Marc Carney ai pericoli di integrazioni che provocano sudditanze non è stato insomma una frase banalmente pittoresca ma una cruda fotografia della realtà. Lo sgomento e le preoccupazioni relative a una eventuale dissoluzione della NATO sono perciò incongrue e incomprensibili.

     Quando si sveglieranno gli Europei?

23 gennaio 2026