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Racconti

Da un Carso all’altro. Storia di un alpino di Prea alla Grande Guerra 4

di Giuseppe Priale

Allo scoppio della guerra il nonno con tutta la sua famiglia si trovava in una località sperduta di del Var. Pur non avendo ricevuto la cartolina-precetto, rimasta inevasa al Comune di Roccaforte per irreperibilità del destinatario, ma saputo, dopo un po’ di tempo, che la sua classe era stata chiamata alle armi, lasciò famiglia e lavoro per presentarsi al Distretto Militare di Cuneo, probabilmente non spinto da un alto ideale di patria, ma per non patire l’onta dell’imboscato, del disertore ogniqualvolta si fosse fatto vedere a Prea. Dopo un sommario addestramento fu mandato in prima linea al fronte del Carso, dove Giuseppe Ungaretti, dopo un anno di guerra, tra una battaglia e l’altra, scriveva, su pezzetti di carta di recupero e con i piedi nel fango, asciutte strofe composte di brevi ed esplosivi versi, folgoranti come shrapnels nella notte, per descrivere la drammatica realtà della guerra vissuta dal di dentro, con toni ben diversi da quelli salottieri di certi scrittori o strombazzati su riviste letterarie dal retorico vate d’Italia Gabriele D’Annunzio (anche lui volontario, ma con i gradi di ufficiale e senza i piedi nel fango), che si serviva della guerra come una ribalta da cui celebrare se stesso. Ora il fante Giuseppe Ungaretti, che aveva rifiutato i gradi di tenente per stare vicino ai suoi compagni d’arme, considerati suoi fratelli, vive, come il soldato semplice Giuseppe Somà, in un continuo stato di precarietà, simile una “foglia sull’albero d’autunno”. Altre volte, quando d’estate il sole dardeggia le pietraie e l’arido suolo del Carso, sente il bisogno, nei brevi periodi di tregua tra una battaglia e l’altra, di entrare in una pozza d’acqua dell’Isonzo per riposare come una reliquia in un’urna di cristallo. Sente il desiderio di purificarsi, di levarsi di dosso tutte le sozzure fisiche e morali della guerra. Vorrebbe diventare un bianco e levigato sasso dell’Isonzo, l’ultimo dei quattro fiumi della sua vita. Il primo dei quali è il Nilo, sulle cui sponde nacque (Alessandria d’Egitto); il secondo è il Serchio, dove bevettero le radici della sua famiglia (Lucca); infine la torbida Senna, nelle cui acque si è “rimescolato e conosciuto” come uomo e come poeta (Parigi).

Nonno Giuseppe, come una verde foglia strappata da un turbine estivo, cadde a 32 anni il I9 agosto sul Vodice, uno sconosciuto e modesto monte, per nulla orripilante per struttura, dell’altipiano carsico, quando le nostre truppe non avevano ancora voltato le spalle al nemico in quel tragico autunno del 1917. Cadde quindi prima di patire l’onta della “vergognosa ritirata”, così definita dai disfattisti, colpito probabilmente in pieno da una cannonata, dal momento che fu dichiarato “disperso” dal mortorio, inviato alla nonna insieme ad una misera medaglia di bronzo, onorata da un triste nastrino tricolore, ma tenuta nascosta (o dimenticata)  nel fondo del cassetto di un comodino da notte. Il suo nome però non andò “disperso”: fu inciso, insieme ad altri 100. 000, sulle gradinate del Sacrario di Redipuglia e portato dal sottoscritto e da suo cugino Giuseppe Basso (fondatore e presidente dell’Associazione Nusèč dëř chié di Prea), figlio della figlia, di cui il nonno non poté sentire i suoi vagiti, né bearsi dei suoi primi sorrisi del latte sognato. Quella figlia che gli avrebbe dato il diritto di essere congedato, ma che le lungaggini burocratiche (o negligenze interessate) non gli permisero di conoscere. La nonna ricevette la notizia della sua morte per via telepatica, prima ancora di riceverla per via postale. Una notte infatti sognò che un cappello d’alpino, con la penna spazzata, veniva travolto dalle onde del mare in burrasca. Non fece memoria della data, ma lei fu sempre convinta che quel sogno  fosse coinciso con il momento esatto della morte del marito. Tant’è che alcuni giorni dopo decise di ritornare a Prea. Qui ricevette dal Ministero della Guerra la notizia ufficiale con una lettera listata a lutto, che il postino aveva trattenuto per quasi un mese nella borsa, non avendo avuto il coraggio di consegnargliela tempestivamente. Lei però da tempo era stata preparata a riceverla dal sogno premonitore. Il ritorno al paese (con quatto figli da sfamare ed una pensione di guerra che le permetteva a malapena di comprare un litro di latte al giorno) segnò l’inizio della sua Caporetto (dopo quella del marito, seguì la morte di due fratelli e di una sorella nel fiore degli anni, in seguito quella del genero ucciso dai nazisti-fascisti nel 1944 e della figlia nel 1945, ossia del padre e della madre di chi scrive queste memorie e di altri tre bambini ancora in tenera età). Vestì il lutto a 29 anni e lo portò fino al 2 febbraio del 1972, quando finalmente poté conseguire la sua personale vittoria finale sul “male di vivere”. Solo allora sul suo viso disteso restò dipinto un sorriso beato mai visto prima.

20 gennaio 2026

4. Fine