di Antonello Catani
L’attuale eruzione di proteste, in Iran e le sanguinose repressioni del regime, che vede minacciata la sua stessa sopravvivenza, e la ridda di reazioni in giro per il mondo rimandano a una sorta di enigma, che può essere riassunto in questi termini: perché molti denunciano le repressioni in atto, ma poi in realtà sembrano aver paura dell’Iran? Donald Trump minaccia tempesta e raduna ingenti forze in Qatar, ma per il momento nessun fulmine si è abbattuto.
Abbondano invece i fulmini verbali di avvertimento, non solo da parte iraniana ma anche da parte della Cina e della Russia in caso di intervento americano. Analoghi ammonimenti sono stati espressi dalla Turchia (pacifista quando le fa comodo) assieme a preoccupate predizioni di “catastrofe imminente” da parte dello stesso Qatar, vicino prossimo e lillipuziano. Non vi è da stupirsi delle preoccupazioni di quest’ultimo: data la presenza della grande base americana di al-Udeid sul luogo, il paradiso dorato e artificiale di Doha rischia di essere distrutto da Teheran. A queste preoccupazioni e fosche previsioni di catastrofe in caso di un attacco americano, si sono ora aggiunte anche voci di autorevoli e credibili osservatori indipendenti, come quelle di Douglas Macgregor, che avverte che un simile intervento rischia di precipitare un conflitto mondiale.
Insomma, l’Iran incute timore ad alcuni, è un partner utile per altri (fornisce materiale militare alla Russia e petrolio a buon mercato alla Cina) e tiene sotto un tallone di ferro gli 88 milioni di Iraniani, che incautamente scacciarono lo Shah 47 anni fa, non immaginando di cadere dalla padella nella brace. A parte le folle di nero-vestite e di nero- turbanti che sostengono il “Vecchio della montagna”, anche lui accanitamente incollato alla poltrona come qualsiasi “Leader Supremo” di ogni denominazione, folle di Iraniani non accettano comunque la cappa teocratica e presumibilmente migliaia di persone sono già state uccise nelle proteste.
La situazione sopra descritta tradisce una curiosa miscela di ipocrisia ma anche di miopia euro-atlantica e nasce inoltre da lontano. Una buona parte di essa è dovuta alla patologica russofobia americana, che ha condizionato la storia europea e del Medio Oriente dalla fine della II Guerra mondiale in poi. I suoi risultati sono uno più fallimentari dell’altro. L’accoglienza della Turchia nella NATO, come baluardo sud contro l’Unione Sovietica, ne innalzò incautamente il ruolo geopolitico e creò le premesse delle sue attuali velleità regionali, da Cipro alla Libia, alla Siria e oltre. Il colpo di Stato in Iran nel 1953, organizzato dalla CIA, preparò il risentimento ideologico che avrebbe poi facilitato la detronizzazione dello Shah. L’invasione dell’Iraq nel 2003 eliminò quello che strutturalmente era invece un tradizionale contenitore dell’Iran. La continuata esistenza della NATO, la sua espansione a est e la guerra per procura in Ucraina hanno spinto la Russia verso la Cina e rafforzato i suoi rapporti di convenienza con l’Iran. Anche le sanzioni e l’isteria anti-Cina hanno a loro volta promosso le relazioni di convenienza di quest’ultima con l’Iran.
I vantaggi di forniture di armi e petrolio e “il corridoio geografico” offerto dall’Iran sono la vera ragione dell’indifferenza russa o cinese nei confronti dell’anomalia di uno Stato teocratico nella regione e per conseguenza anche delle loro ammonizioni a Washington a non intervenire contro Teheran. Ovviamente, la contraddizione inerente a tale indifferenza è lampante: né l’uno né l’altro Paese tollererebbero mai nel loro territorio dei mullah fanatici (vedi il tallone di ferro cinese nel Sinkiang e la placida sottomissione die Musulmani in Russia. È inoltre assai probabile che, a parte i loro inviti alle risoluzioni diplomatiche, la strategia dell’Iran in Medio Oriente, da Israele al Libano, alla Siria e allo Yemen, risulti comoda per i suddetti Paesi: crea problemi ai loro rivali e non costa nulla. Un po’ come il caso della Corea del Nord, la cui aggressività verso i Paesi vicini fa comodo alla Cina e tiene (pre)occupati i suoi rivali.
Ma ritorniamo al ruolo destabilizzante dell’Iran in Medio Oriente da decenni a questa parte. La guerriglia di Hamas e di Hezbollah verso Israele, il regime di Assad in Siria, l’aggressività degli Houthis dello Yemen sono stati stimolati e sostenuti da Teheran. Le conseguenze sono stati l’attuale caos e la tensione permanente in Medio Oriente, unilateralmente attribuiti a Israele. Senza quindi esporsi in prima persona, il regime di Teheran ha tenuto in ostaggio per decenni l’intera regione. In tempi recenti, gli effetti negativi di tale sostegno ideologico e finanziario al fondamentalismo islamico si sono acuiti. Le azioni di Hamas hanno incendiato Gaza, Israele e il Libano. Il sostegno agli Houthis ha imbaldanzito azioni piratesche che hanno messo in ginocchio il traffico marittimo nel Mar Rosso e portato alle stelle il costo dei noli e delle assicurazioni. Cose simili non si vedevano dai tempi dei pirati del Golfo Persico nel XIX secolo, che la Gran Bretagna ridusse alla ragione non per motivi etici ma perché mettevano in pericolo il traffico verso l’India. Questo è il motivo per cui il nome degli odierni Stati del Golfo Persico era originariamente quello di “Costa dei Pirati”, per trasformarsi poi in “Stati della tregua” e adesso in quello di “Unione degli Emirati Arabi”.
Detto in altre parole, l’attuale regime di Teheran e le sue politiche rappresentano a tutti gli effetti un nodo, che tutti fanno finta di ignorare o cercano di evitare, ma il nodo e le sue ramificazioni restano. O meglio, a parte e senza per nulla minimizzare le repressioni delle proteste e l’anacronismo teocratico del regime, gli effetti geopolitici ed economici del nodo sono già di per sé strutturalmente destabilizzanti per l’intera regione. Ciò non significa affatto giustificare le tendenze bellicose di Donald Trump, che già spaziano dal Venezuela al Canada, a Cuba, a Panama e alla Groenlandia. Più che bellicose, esse sono caotiche e paranoiche e di fatto controproducenti. Mentre nessuna di esse ha una sua logica ed è un colossale errore strategico e una crassa manifestazione di arroganza, che piaccia o no, fare i conti una volta per tutte col nodo sopra menzionato ha invece una sua coerenza geopolitica anche per i Paesi europei. Se gli Stati Uniti cessassero di sostenere un regime dittatoriale e palesemente corrotto come quello ucraino e iniziassero veramente a ripristinare anche nei fatti buone relazioni con la Russia, sarebbero rimosse le ragioni che spingono quest’ultima ad abbracciare Pechino e appoggiare Teheran, rimuovendo le già accennate fosche previsioni di conflitto mondiale.
D’altra parte, così come gli Stati Uniti si sono ben guardati dall’inviare truppe in Ucraina, riesce difficile immaginare che il cauto Putin rischi uno scontro diretto con Washington solo per difendere il regime di Teheran, di cui molto probabilmente in fondo non gli importa nulla. Lo stesso vale per la Cina. In entrambi i casi, il costo globale sarebbe di gran lunga superiore ai momentanei vantaggi economici e tattici offerti dall’amicizia col regime iraniano.
In altre parole, mentre è impossibile prevedere le mosse di Washington, una cosa rimane comunque certa: Europa e Stati Uniti, i più coinvolti in proposito, non potranno eternamente fare gli struzzi ed evitare di fare i conti col nodo di cui parliamo. Proprio per la sua stessa natura, esso continuerà ad avere influenze negative per la stabilità del medio Oriente in generale.
14 gennaio 2026





