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Economia

Se le borse sono insensibili ai conflitti

Pietro Reichlin ha pubblicato un editoriale su La Stampa in cui analizza l’insolita resilienza dei mercati azionari di fronte alle tensioni geopolitiche del 2025.

Sostiene Reichlin: ”Nel nuovo scenario globale di quest’ultimo anno, l’unico episodio che ha avuto un impatto negativo sui mercati è stato la decisione di Trump di alzare le tariffe sulle importazioni, ma gli investitori sono rapidamente tornati all’ottimismo e gli indici di borsa chiudono l’anno con apprezzamenti rilevanti: oltre 16 punti percentuali per lo S&P 500 e il 30% per l’indice specifico dell’industria High-Tech. Il sentimento degli investitori riguardo alle prospettive per il 2026 rimane positivo, alimentato dalla crescita robusta del Pil USA (+4% nel terzo trimestre del 2025), da un’inflazione stabile (anche se superiore ai target), dalla politica monetaria espansiva della FED e da una posizione debitoria delle famiglie e delle imprese piuttosto contenuta. L’impatto negativo sulle borse degli eventi bellici e delle tensioni geopolitiche che si registravano nel passato aveva un denominatore comune: il rischio di un aumento generalizzato dei prezzi dei prodotti energetici e dell’arresto del commercio mondiale. Oggi gli investitori non credono che questi rischi siano rilevanti o che possano avere un impatto sull’economia dei paesi avanzati”.

Il fenomeno: Borse immuni ai conflitti

L’autore osserva un cambiamento epocale rispetto al XX secolo: se in passato crisi come la guerra del Kippur o l’11 settembre causavano crolli immediati delle borse, oggi i mercati restano indifferenti o addirittura reagiscono positivamente a shock geopolitici (conflitti in Medio Oriente, tensioni in Venezuela). Nonostante l’aggressività di Donald Trump, gli indici continuano a crescere, trainati soprattutto dal settore High-Tech.

Perché i mercati non temono più le guerre?

Reichlin individua tre ragioni principali per questa nuova stabilità:

  1. Indipendenza energetica: gli USA sono diventati esportatori netti di energia. Il petrolio pesa meno nei processi produttivi moderni e l’instabilità in aree come il Venezuela viene vista come un’opportunità per future estrazioni controllate dagli americani, che potrebbero abbassare i prezzi.
  2. Irreversibilità della globalizzazione: nonostante la retorica protezionista e i dazi di Trump, gli investitori credono che l’interdipendenza commerciale mondiale sia troppo forte per essere smantellata. Finora, le ritorsioni dei partner commerciali sono state limitate e sono stati raggiunti compromessi con la Cina.
  3. Forza dell’economia USA: la crescita robusta del PIL e la bassa esposizione debitoria di famiglie e imprese alimentano l’ottimismo, sostenuto da una politica monetaria espansiva della Fed.

I rischi nascosti: un’euforia pericolosa

Tuttavia, Reichlin avverte che questa euforia non è necessariamente sinonimo di salute economica. Esistono minacce strutturali nel lungo periodo:

  • Bolla tecnologica: le valutazioni delle aziende legate all’Intelligenza Artificiale sono considerate eccessive rispetto agli utili reali.
  • Indipendenza della Fed: la pressione di Trump sulla banca centrale per mantenere bassi i tassi potrebbe riaccendere l’inflazione.
  • Perdita di credibilità: il rischio maggiore è la distruzione della reputazione degli Stati Uniti come “porto sicuro”. Una politica estera isolazionista e la fine dell’indipendenza delle agenzie di regolazione potrebbero spingere gli investitori stranieri ad abbandonare il dollaro e i mercati americani, rendendo impossibile per gli USA finanziare il proprio disavanzo e le innovazioni future.

In conclusione, secondo Reichlin, sebbene i mercati appaiano oggi invincibili di fronte alle crisi politiche, la strategia di Trump rischia di erodere i pilastri che hanno garantito il primato economico americano negli ultimi decenni.

8 gennaio 2026