Zuffe, rancori e gelosie. Così la destra litiga inseguendo il «sogno» dell’egemonia culturale
Fabrizio Roncone, sul Corriere della Sera, analizza le recenti tensioni interne al mondo culturale della destra italiana, focalizzandosi sullo scontro frontale tra il ministro della Cultura Alessandro Giuli e l’intellettuale Marcello Veneziani.
Afferma Roncone: ”Il fatto è che una certa nuova egemonia culturale continua ad arrancare da destra tra qualche furbizia — all’ultimo festone di Atreju: «Pasolini era dei nostri!». Ma in passato avevano arruolato pure Dante, Alan Ford e Patty Pravo — più molti frizzi e lazzi: stavolta però, come vedremo, anche veri e propri scazzi, risse dialettiche piene di antichi rancori destrorsi e nuove gelosie, cui bisogna aggiungere le polemiche con il mondo del cinema, quelle intorno alla Rai, per la Rai, comprese le tremende opzioni per chiunque percorra i corridoi del Collegio Romano, sede del Mic (rinuncia, abbandono, recesso, allontanamento, congedo, licenziamento), senza che al concetto di cultura venga mai associato niente di realmente concreto (a parte una scombinata mostra sul Futurismo voluta dalla buon’anima di Jenny Sangiuliano), senza mai nessuna novità, né banale né rivoluzionaria, se si esclude la comparsa sulla scena dell’efferato talento di Beatrice Venezi, che gli orchestrali in rivolta del Teatro La Fenice chiamano, tra stupore e mortificazione, Bacchetta Nera”.
1. Lo scontro: “bile nera” vs “fuffa”
La miccia è stata accesa da un editoriale di Marcello Veneziani su La Verità, in cui lo scrittore ha stroncato l’operato culturale del governo Meloni, definendolo fatto di “vaghi annunci e molta fuffa”. Veneziani ha accusato la destra di non aver costruito nulla di rilevante, lasciando l’egemonia culturale intatta nelle mani della sinistra.
La risposta del ministro Giuli è stata durissima: ha accusato Veneziani di essere mosso da “bile nera” e rancore personale, suggerendo che le sue critiche nascano dalla frustrazione di non essere stato coinvolto o ricompensato dal potere attuale (definendolo un “nemichettista”).
2. Un rancore che viene da lontano
Roncone rivela che l’astio tra i due non è nuovo, citando il saggio di Giuli del 2007, Il passo delle oche. In quel libro, l’attuale ministro descriveva Veneziani in termini poco lusinghieri:
- Lo definiva un “catto-conservatore appassito”.
- Riferiva aneddoti privati sulla sua vita matrimoniale.
- Lo accusava di aver usato il suo ruolo di consigliere Rai solo per “comprarsi una casa” e scrivere libri nel tempo libero.
3. La fragilità dell’establishment culturale di destra
L’articolo evidenzia un problema strutturale: la scarsità di figure di spicco nell’area culturale di governo. Dopo l’uscita di scena di Sangiuliano, i nomi su cui contare sono pochi:
- Pietrangelo Buttafuoco (impegnato alla Biennale).
- Angelo Mellone (in Rai).
- Personaggi come Giordano Bruno Guerri o lo stesso Veneziani sono considerati “inaffidabili” o troppo critici verso la classe dirigente (Veneziani ha spesso ironizzato sui “giovani cognati” e sulle scarse competenze dei quadri di Fratelli d’Italia).
4. Due modelli a confronto
Roncone mette in luce anche una differenza antropologica tra i due protagonisti:
- Alessandro Giuli: ex militante di Meridiano Zero, ex ultrà, studioso di riti, descritto come un uomo d’azione dal passato “muscolare”.
- Marcello Veneziani: filosofo dai toni raffinati (i suoi celebri foulard), che rivendica il diritto al dubbio e alla “morte civile” rispetto alle logiche di partito, accusando la destra di avere un’idea “militare” della cultura (credere, obbedire, combattere).
In sintesi
L’articolo dipinge il quadro di una destra che, nonostante il potere politico, fatica a costruire un’egemonia culturale solida, perdendosi in faide interne, gelosie personali e vecchi livori. Come conclude amaramente Roncone, l’unica vera egemonia che sembra emergere è quella del “livore”.
24 dicembre 2025





