di Giuseppe Priale
Quando per la prima volta nonna Margherita di Prea mi raccontò che nonno Giuseppe era morto sul Carso durante una guerra, io, che a cinque o sei anni conoscevo appena un po’ di geografia locale, cominciai a guardare con una certa inquietudine quel monte, che dal versante sinistro incombe, con la sua orripilante parete, sull’ultimo tratto della nostra Alta Vall’Ellero. In seguito seppi che il Carso della guerra non era quello delle nostre Alpi Marittime, ma quello delle Alpi Giulie diametralmente opposte, costituito da un esteso altipiano calcareo, privo di alti picchi scoscesi, con scarsa vegetazione arborea e disseminato di doline, usate all’occorrenza dai nostri soldati come trincee naturali, ma trasformate sovente nelle loro tombe dalle artiglierie austro-ungariche durante la Prima Guerra Mondiale. Brevi sono i suoi corsi d’acqua in superficie, mentre numerosi sono quelli sotterranei, risorgenti poco prima di gettarsi nel mare, come il famoso Timavo, che però non fu testimone “oculare” di tanti e sanguinosissimi combattimenti, come invece fu l’Isonzo, spettatore di ben undici battaglie inconcludenti e di una dodicesima disastrosa, passata alla storia come La Rotta di Caporetto. Infatti, presso questo paesetto, la notte del 24 ottobre 1917, le armate austro-ungariche, supportate da quelle tedesche appena ritirate dal fronte russo, col favore della notte, di una fitta nebbia e con il massiccio impiego dell’iprite (un gas asfissiante e ustionante usato per la prima volta contro i nostri soldati sfiduciati e sorpresi nel sonno) ruppero il nostro fronte sull’Isonzo. Fu una ritirata disastrosa, una rotta, che coinvolse anche le popolazioni e che durò fino al 20 novembre, allorché la falla del nostro fronte fu tamponata miracolosamente al Piave e sul Monte Grappa. Il bilancio fu molto pesante. Andarono perse le conquiste territoriali fatte in 33 mesi di guerra. Andò perso parte del Veneto, già suolo italiano. Cadde in mano del nemico un’ingente quantità di materiale bellico e logistico. Furono messi fuori combattimento 400.000 soldati, molti dei quali, sbandati, si unirono alla gente in fuga. Per l’esercito italiano fu una catastrofe; per i disfattisti, un’onta inqualificabile, un tradimento da parte delle nostre truppe imbelli e per l’incapacità strategica degli alti comandi. In verità l’Italia, benché unita da oltre mezzo secolo, aveva dimostrato fino a quel momento di non essere ancora una compatta e vera nazione, perché ancor prima della grande prova si era rivelata disgregata sia sul fronte interno, sia su quello esterno. Il divario fra élite idealistica e popolo minuto era evidente, dal momento che la polemica fra interventisti e non interventisti era ancora accesa.
21 dicembre 2025
1 Continua





