Mattia Feltri ha pubblicato su La Stampa un articolo in cui affronta il dibattito ricorrente in Italia riguardo la presenza e la gestione dei monumenti di epoca fascista a Roma.
Dice Feltri: ”L’ultima volta fu otto anni fa, quando Ruth Ben-Ghiat, storica della New York University, si domandò sul New Yorker come potessero gli italiani vivere in mezzo ai monumenti fascisti, e perché non li avessero ancora rasi al suolo. Qualcuno a sinistra la prese sul serio, e si dibatté sull’opportunità di abbattere almeno l’obelisco Mussolini al Foro Italico” e aggiunge: “i monumenti fascisti a Roma sono decine, e sempre che non si vogliano considerare tali gli edifici pubblici ancora decorati di fascio littorio (la scuola elementare che frequentavano i miei figli è fra le numerosissime passate indenni dalla furia successiva alla caduta del fascismo, quando l’iconoclastia si rivelò un impegno smodato e la si abbandonò in un paio di giorni)“
Punti chiave dell’articolo:
- Origine del dibattito: il dibattito riemerge ciclicamente, l’ultima volta otto anni fa, quando una storica si interrogò sulla coesistenza dei romani con i monumenti fascisti (come l’obelisco Mussolini al Foro Italico).
- La mozione attuale: la polemica è tornata attuale a seguito di un voto in Consiglio Comunale a Roma su una mozione della Sinistra Ecologista. La decisione è stata di non abbattere i monumenti fascisti, ma di dotarli di QR Code e cartellonistica per spiegarne le “turpi origini” ai visitatori.
- Critica dell’autore: Feltri giudica l’impresa “vasta”, sia per il numero elevato di monumenti fascisti (compresi gli edifici pubblici decorati con il fascio littorio), sia perché essa introduce un problema più profondo: la difficoltà di trovare monumenti dalla “coscienza pulita” anche al di fuori del fascismo.
- Esempi di monumenti problematici:
- Il cosiddetto Colosseo quadrato è un inno al colonialismo.
- Il Colosseo originale (quello tondo) è un inno alla carneficina.
- Archi di trionfo, colonne e obelischi egizi celebrano guerre, genocidi e saccheggi.
- Conclusione: l’autore conclude in modo provocatorio affermando che, data la storia “canagliesca” di quasi tutti i monumenti, tanto varrebbe mettere un unico grande cartello all’ingresso di Roma: “siamo una città di canaglie”.








