Mattia Feltri ha pubblicato su La Stampa un articolo in cui fa delle riflessioni sull’uso distorto e strumentale dei libri personali come prova di colpevolezza o di ideologia pericolosa, partendo da un aneddoto di cronaca giudiziaria.
L’episodio di Marta Russo
Ricorda le indagini per l’omicidio di Marta Russo (1997), in cui due assistenti universitari erano stati identificati come nuovi sospettati. I giornali, basandosi su dettagli forniti dagli inquirenti, creavano un “ampio inconsistente nebbione” di “fumisterie” per sostenere l’accusa.
La “prova” del Mein Kampf
Il dettaglio che lo fece “sobbalzare” fu la notizia che, nella libreria di uno dei due assistenti, era stata trovata una copia del Mein Kampf di Adolf Hitler. Feltri sottolinea l’assurdità di questo fatto come “dettaglio demoniaco” per l’accusa, in quanto anche lui ne possiede una copia e non per questo si ritiene incline al delitto.
La collezione dell’autore
L’autore spiega di aver accumulato nel tempo una vasta collezione di “fonti dirette” su nazismo, fascismo e comunismo (memoriali, agiografie, discorsi). Ironizza che, se perquisito per un reato banale come il taccheggio, gli verrebbe comminato l’ergastolo a causa del contenuto dei suoi scaffali.
Conclusione
Feltri conclude notando che, alla fine, anche i due assistenti furono condannati a pene lievi solo perché “qualcuno bisognava pur condannare.” L’articolo si chiude con una nota polemica e provocatoria: annuncia che andrà alla fiera “Più Libri Più Liberi” e spera di trovare “qualcosa di succoso” proprio allo stand di Passaggio al Bosco, una casa editrice di “vasta fascisteria” contro cui si era mobilitata la “coscienza nazionale”, ribadendo implicitamente la sua difesa della libertà di lettura e la critica all’ipocrisia ideologica.
5 dicembre 2025



