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Arte e Cultura

Sulla fine della cultura europea ha scritto Paul Valéry. Cento anni fa

Alfonso Berardinelli ha pubblicato su Il Foglio un articolo sulla fine della cultura europea ha già detto tutto Paul Valéry. Cento anni fa”, analizza le riflessioni del poeta e saggista francese sulla crisi della civiltà europea tra il 1919 e il 1945.

Dice di Valéry Berardinelli: ”Poeta e analista dell’intelligenza, della sua natura e dei rischi che corre in un Novecento fanatico di modernità, Valéry colloca al centro della sua analisi, poco meno che ossessiva, la vita mentale, quindi l’intelligenza, il pensiero e la cultura che più o meno direttamente precedono e ispirano le idee politiche”.

I punti principali della sintesi sono:

  • Valéry saggista dimenticato: l’articolo evidenzia come Valéry, pur essendo noto come poeta simbolista, sia stato anche un lucido e grande saggista con riflessioni “quasi politiche” che testimoniano la crisi intellettuale dell’Europa precipitata nelle due guerre mondiali.
  • La morte delle civiltà: Valéry pone al centro della sua analisi la vita mentale, l’intelligenza e la cultura, affermando che “le civiltà possono morire” e che quella europea si trovava sull’orlo del naufragio.
  • Il paradosso della guerra (1919): dopo la Prima Guerra Mondiale, Valéry osserva con preoccupazione il paradosso per cui gli orrori e le distruzioni immani non sarebbero stati possibili senza l’accrescimento del sapere e un malinteso senso del dovere (“Sapere e dovere, siete dunque sospetti?”). Le qualità ritenute positive del progresso hanno generato il male.
  • La crisi intellettuale: Valéry diagnostica, già nel 1919, una crisi intellettuale più sottile ma più insidiosa della crisi militare ed economica. L’agonia dell’anima europea è causata dall’irradiazione di “dogmi, filosofie, ideali eterogenei” e dall’espansione disordinata di una mente che corre tra realtà e incubo.
  • Degradazione e perdita del primato: la scienza europea, da “fine in sé” e “attività artistica,” è divenuta un “valore di scambio” e un “oggetto commerciale” esportabile. Questa diffusione ha fatto svanire la disparità su cui si fondava il primato europeo e ha portato a una degradazione intellettuale, lasciando gli europei con “lo smarrimento e il dubbio”.
  • Il governo della macchina: Valéry (nel 1925) denuncia la perdita dell’eredità greca della paideia e una conseguente “crisi dell’intelligenza” che ha reso il mondo più “stupido”. La vita umana è ora incatenata e assoggettata alle “volontà terribilmente esatte dei meccanismi”. Le “macchine più temibili” sono le macchine amministrative e le organizzazioni fatte di individui specializzati, che imitano l’impersonalità della mente.
  • Conclusione (attualità): Berardinelli conclude che, scrivendo nel 2025, alle parole profetiche di Valéry del 1925, che descrivevano il trionfo della meccanizzazione e della burocrazia sull’intelletto, “non c’è niente da aggiungere”, sottolineandone l’estrema attualità.
  • 29 novembre 2025