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Curiosità

Un modo di dire

Mattia Feltri, nella sua rubrica su La Stampa, si occupa del significato sinistro e letterale dell’espressione “morire di noia”, collegandolo a episodi storici di crudeltà commessi per sport o per rompere la monotonia.

Sostiene Feltri che ”si era scritto e parlato per anni, prima che la procura di Milano aprisse l’inchiesta, dei turisti di Sarajevo che arrivavano anche dall’Italia, e pagavano per salire sulle colline e sparare agli abitanti della città assediata. Il brivido di un weekend diverso. Sembra la trama di una serie coreana, invece è una cosa molto nostra, molto occidentale (pure l’eroe di Emmanuel Carrère, Eduard Limonov, fu ospite degli assedianti e provò l’emozione del kalashnikov)“.

L’autore illustra il suo punto con diversi esempi:

  1. I turisti di Sarajevo: persone che, anche dall’Italia, pagavano per salire sulle colline e sparare agli abitanti della città assediata, cercando il “brivido di un weekend diverso”.
  2. Comandanti nazisti: viene citato Amon Göth (comandante del lager in Schindler’s List) che si esercitava nel tiro al bersaglio sui detenuti dal balcone, e Hans Frank (plenipotenziario di Hitler) che, come narrato in Kaputt di Malaparte, sparava a prigionieri al limitare del Ghetto di Varsavia come passatempo.
  3. Soldati della Wehrmacht: soldati che, trovando ripetitivo il compito di liquidare gli ebrei, si divertivano a lanciare in aria i neonati e centrarli al volo “come piattelli”.
  4. Ingenger Kiselëv: in Kolyma di Varlam Šalamov, un ingegnere che scelse il gulag per tre anni solo per la possibilità di picchiare i prigionieri legalmente, spaccando ogni giorno la faccia a uno di loro, talvolta fino ad ammazzarlo.

Feltri conclude che questo impulso ad agire violentemente per noia è un fenomeno “molto nostro, molto occidentale” che ha radici antiche (risalenti agli schiavi al Colosseo), affermando che morire di noia “non è mai stato solo un modo di dire”.

11 novembre 2025