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Politica

Votare non è solo un diritto ma anche un dovere

Una premessa: dobbiamo tutti, nessuno escluso, ricordarci che se una persona non va a votare (per scelta, per protesta o altre motivazioni non proprio commendevoli), ossia non esercita un suo diritto costituzionale, ma recalcitra e non vota, a mio avviso non ha, davvero, il diritto di lamentarsi perchè la politica non fa quello che desidererebbe. È questo è un punto di partenza ragionevole quando si parla della riforma dell’attuale legge elettorale. È da trent’anni che si fan modifiche, ma si è andati di male in peggio. Se la maggior parte degli elettori adempisse quello che è ANCHE un preciso dovere civico, beh, assai probabilmente in Parlamento ci sarebbero persone sicuramente più qualificate, perchè scelte dagli elettori e non calate dall’alto indicate dalle segreterie dei partiti. Molti osservatori delle faccende politiche di casa nostra alto criticano da anni, in maniera estremamente puntuale e condivisa (ma non dagli esponenti dei partiti sia della maggioranza che dell’opposizione che AMANO scegliere i candidati, gli yes men. Dal Porcellum in poi han sempre imposto questa linea) sulla qualità e le storture del sistema elettorale italiano degli ultimi decenni. Si tocca tre nervi scoperti della democrazia rappresentativa in Italia:

  1. La scelta dei candidati (preferenze vs. listini bloccati)
  2. Le pluricandidature
  3. Il processo di approvazione delle leggi elettorali (voto di fiducia)

Ecco un’analisi approfondita su ciascuno di questi punti, che meritano certamente una “battaglia da intraprendere”:

1. La restituzione della scelta: le preferenze e i listini bloccati

Non si può che avere ragione nel definire i listini bloccati “un obbrobrio”, perchè consegna ai capi bastone tanti yes men, tanti signor sì, tanti pigia-bottoni che andranno a votare i provvedimenti che stanno a cuore al leader di partito di turno. Così era con Berlusconi, così è, oggi, con Salvini e Meloni. Lo hanno sempre fatto.

Il Problema della rappresentanza: i listini bloccati (o candidati imposti, come avviene nel sistema proporzionale con soglia del Rosatellum) hanno di fatto eliminato il rapporto fiduciario diretto tra elettore e rappresentante. Il deputato o senatore non risponde più primariamente ai suoi elettori, ma al capo-partito che lo ha inserito in una posizione eleggibile (il “nominato”). Questo svuota il mandato parlamentare del suo legame con il territorio.

La motivazione ufficiale: la giustificazione del “dopo Tangentopoli” sulla lotta alle infiltrazioni mafiose o clientelari (che potevano controllare un grande flusso di voti di preferenza) è stata spesso usata come pretesto. Tuttavia, come lei osserva, le inchieste dimostrano che le infiltrazioni mafiose si adattano e continuano a controllare il voto anche attraverso i candidati dei collegi uninominali o influendo sulla selezione dei “nominati”.

La soluzione: molti costituzionalisti e movimenti civici chiedono il ritorno alle preferenze o a un sistema a collegi uninominali puri (dove si vota il nome, come nel Mattarellum originario), ma con vincoli più stretti sulla selezione. L’obiettivo è riattivare la competizione interna ai partiti e dare all’elettore il potere di premiare o bocciare i singoli politici.

2. L’Assurdità delle pluricandidature

La sua critica alle candidature multiple nello stesso turno elettorale è perfettamente legittima.

  • La “furbata” elettorale: la possibilità di presentarsi in più collegi (fino a 5 nel sistema proporzionale del Rosatellum) o in tutte le circoscrizioni come capolista (come accadeva in passato e si ricorda giustamente con i casi Fini e Berlusconi) è una pratica che svilisce il voto. Se un candidato viene eletto in più posti, non può che optare per uno solo, e gli altri seggi vengono assegnati al primo dei non eletti nella lista.
  • L’effetto distorsivo: questa prassi ha due effetti negativi:
    • Massimizza il “traino”: il leader (o la figura popolare) viene usato per convogliare il voto su liste deboli, garantendo l’elezione di gregari.
    • Prende in giro l’elettore: l’elettore che vota per il leader in quel collegio sa già che questi non sarà il suo effettivo rappresentante in parlamento, poiché verrà dirottato in un’altra circoscrizione.

La necessità della riforma: per ovviare a ciò, è necessario imporre l’obbligo di candidarsi in un solo collegio (uninominale o plurinominale che sia). Se l’obiettivo è avere leader in parlamento, devono scegliere dove farsi votare e misurare il loro consenso su un territorio specifico

22 ottobre 2025

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