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Politica

Elezioni Italia, vince il partito del non voto!

Come inizio di questo commento, a proposito della scarsa partecipazione degli elettori italiani al voto corre l’obbligo di segnalare che i nostri partiti di tutto fanno per impedirne l’esercizio. Un primo punto da segnalare che nel 1991 il Mirko Tremaglia dell’allora Movimento Sociale Italiano, da anni attivo nella rivendicazione dei legami con gli emigranti, aveva proposto (e tutti o quasi lo hanno seguito) di riconoscere ai figli e nipoti degli emigranti il diritto di recuperare la cittadinanza eventualmente persa, purché avessero qualche goccia di sangue italiano nelle vene, anche se non erano mai vissuti in Italia e non parlavano neppure la nostra lingua. La legge veniva approvata e veniva concesso il diritto di voto dall’estero e anche quello di eleggere propri parlamentari in Italia: una scelta che ha pochi paralleli a livello internazionale, e che consente a deputati e senatori eletti in Argentina, Australia, Brasile o India di imporre tasse e persino restrizioni delle libertà civili a chi risiede qui, ma non agli elettori che li hanno mandati a Roma. Il che è una stranezza.

Oggi si fatica a convincere gli elettori a partecipare a questo rito che, ai più, appare stantìo. Tant’è che a votare ci vanno in pochi. Eppure ci sono milioni di persone che potrebbero votare, solo che i governi (di tutti i colori politici) non lo hanno consentito. Eppure basterebbe poco, pochissimo. Una legge di pochi articoli in cui si favorisce la partecipazione, togliendo, qui sì, lacci e lacciuoli, permettendo il vosto postale, il voto elettronico come in Germania, negli Stati Uniti, nella Corea del Sud. I parlamentari non hanno alcun interesse ad allargare la platea dei votanti. A loro sta più che bene che a recarsi alle urne siano solo i loro simpatizzanti. Così il loro successo è garantito. E infatti vincono le elezioni. Cosa potrebbe succedere se milioni di persone fossero messe nelle condizioni di esercitare il loro diritto-dovere di votare alle politiche? Un vero e proprio terremoto. E questo tutti i partiti non lo vogliono. Va bene questa situazione che di fatto garantisce la loro sopravvivenza, il loro cadreghino a Montecitorio o a Palazzo Madama. Il che, però, non rappresenta certo il bene dell’Italia.

Al 31 dicembre 2024, secondo le stime provvisorie dell’Istat, i cittadini italiani residenti all’estero erano 6 milioni e 382 mila. Questo dato rappresenta un aumento di 243 mila persone rispetto all’inizio dell’anno, con un incremento del 4% rispetto all’anno precedente. 

Prima conseguenza: gli italiani residenti all’estero hanno mille difficoltà ad esercitare i loro diritto-dovere. Cittadini non italiani, che magari non parlano neanche la nostra lingua, hanno questo diritto. E lo esercitano. È un assurdo! E nulla fa la politica-politicante per cambiare questo stato delle cose. I media non incalzano l’esecutivo, e milioni di italiani che potrebbero (e vorrebbero) esercitare questo diritto-dovere non possono. Senza che la politica ne dia una spiegazione decente. Cosa succederebbe se milioni di cittadini italiani po tessero votare? Cambierebbe certamente lo scenario parlamentare. Sarebbe una vera e propria rivoluzione. Ma i partiti (tutti, indistintamente) se ne guardano bene dall’affrontare lo scottante tema degli elettori italiani residenti all’estero. Fossero interessati, agirebbero di conseguenza. Se non lo fanno, un motivo c’è. Ai lettori l’ardua sentenza. A mio avviso occorrerebbe reintrodurre l’obbligo del voto quanto meno alle elezioni politiche, pena una sanzione, anche pecuniaria. Anni fa quando molti di noi partecipavano ad un pubblico concorso bisognava presentare un certificato del comune di residenza da cui risultava l’adempimento del diritto-dovere di avere fatto il proprio dovere. Alle eelezioni del marzo del 1994 (anno della discesa incampo di Silvio Berlusconi) la partecipazione al voto si è attestata all’86,1%. Al giorno d’oggi si fa fatica a superare la sogIia del 50%. Una battuta: per modificare questo stato delle cose, basterebbe che il parlamento approvasse una legge per cui se la partecipazione è inferiore al 50% del corpo elettorale, i risultati sono nulli. Le elezioni da rifare. È quel che è successo per i referendum dei mesi scorsi. Non si è raggiunto il quorum, bocciate le proposte referendarie. O si va in una direzione o si va nell’altra. I giornali, le televisioni, le radio dovrebbero adoperarsi per una campagna di stampa martellante in questa direzione. Se uno/una non va a votare non ha proprio il diritto di lamentarsi se la sanità non funziona, se la scuola cade a pezzi, se l’ordine pubblico non è idoneo a garantire la sicurezza dei cittadini. A cascata, la colpa è anche nostra che non facciamo quello che DOVREMMO fare. Il governo non aiuta, perchè DOVREBBE FAVORIRE LA PARTECIPAZIONE E NON LO FA. ANZI ABBIAMO LA NETTA SENSAZIONE CHE AI PARTITI RAPPRESENTATI IN PARLAMENTO QUESTA SITUAZIONE VADA BENISSIMO COSÌ. A votare, oggi, va chi ha interessi bene precisi. La DESTRA-DESTRA LO HA BEN CAPITO E CI GUAZZA!

Questa è un’analisi, pensiamo, che tocchi un tema centrale per la democrazia italiana, quello dell’astensionismo e della partecipazione al voto.

Occorrerebbe per davvero reintroduzione l’obbligo del voto (con sanzione) quanto meno alle elezioni politiche, posizione questa che trova certamente diversi sostenitori, basata sulla convinzione che il voto sia non solo un diritto ma un dovere civico.

Ecco alcuni punti per riflettere sui temi che sollevati:

  1. Obbligo di voto e dovere civico:
    1. L’obbligo di voto era previsto dalla Costituzione italiana all’articolo 48, che definiva il voto come “dovere civico”. Fino al 1993, l’astensione ingiustificata poteva portare all’iscrizione per 5 anni in un “elenco di non votanti” affisso in Comune, una forma di sanzione morale e sociale, non pecuniaria. La legge del 1993 ha abrogato questa sanzione morale, lasciando il voto come un diritto-dovere non sanzionato.
    1. Attualmente, l’obbligo di voto è in vigore in pochi Paesi democratici (es. Belgio, Australia, alcuni Paesi dell’America Latina), e il suo dibattito è costante: i sostenitori evidenziano l’aumento della partecipazione e della legittimità del governo; i detrattori sollevano dubbi sulla libertà di espressione e sull’efficacia di un “voto forzato” o non informato.
  2. Astensionismo e disuguaglianza:
    1. È verissimo che il calo dell’affluenza è drastico (dal 90% circa delle prime elezioni al 50-60% delle più recenti politiche, con punte ancora più basse alle europee e regionali in alcune aree).
    1. L’osservazione che “a votare, oggi, va chi ha interessi bene precisi” è sostenuta da analisi sociologiche. L’astensionismo non è uniforme: spesso è più alto tra i giovani, le fasce economicamente più deboli e i meno istruiti, creando una distorsione della rappresentanza. Chi vota tende ad essere una popolazione più anziana, più abbiente e più istruita, i cui interessi possono finire per essere maggiormente tutelati dalla politica.
  3. Il diritto di lamentarsi:
    1. La tesi che chi non vota perda il diritto di lamentarsi è un argomento morale molto forte, legato al concetto di responsabilità civica. Se non si esercita lo strumento democratico per cambiare le cose, ci si assume una parte della responsabilità per lo status quo.
  4. L’interesse dei partiti:
    1. La percezione che ai partiti rappresentati in Parlamento l’astensionismo “vada benissimo” è un sospetto diffuso. Quando l’affluenza cala, il “nucleo duro” e più ideologizzato dei votanti di ciascun partito diventa relativamente più influente. Questo può spingere i partiti a concentrarsi sulla mobilitazione della propria base, anziché cercare un consenso più ampio e trasversale.
    1. L’idea che la “DESTRA-DESTRA LO HA BEN CAPITO E CI GUAZZA” fa riferimento al fatto che, storicamente, le formazioni con una base elettorale più fedele e ideologicamente motivata traggono indubbio vantaggio da una bassa affluenza generale, poiché i loro voti “pesano” di più sul totale.
  5. Il ruolo dei media:
    1. L’appello a giornali, televisione e radio per una “campagna di stampa martellante” sottolinea l’importanza dell’informazione e della sensibilizzazione. Un dibattito pubblico costante sul valore del voto e sulle ragioni dell’astensione è fondamentale per rivitalizzare la partecipazione democratica.

In conclusione, c’è in modo particolare in Italia una crisi di legittimità e di partecipazione che affligge molte democrazie. La soluzione, sia essa l’obbligo di voto o l’impegno maggiore del governo e dei media per favorire la partecipazione, rimane un punto cruciale di discussione politica e sociale.

21 ottobre 2025

  1. Continua