Alessandro D’Avenia scrive sul Corriere della Sera un interessante articolo prendendo spunto dalla constatazione che molti quattordicenni non sanno leggere l’orologio a lancette (analogico), reso obsoleto dai display digitali dei cellulari. L’autore riflette sul profondo significato di questo cambiamento, che segna la perdita di un rito di passaggio all’età adulta, in cui il tempo non è più vissuto senza ansia, come nell’infanzia.
Tempo analogico vs. tempo digitale
D’Avenia sottolinea la differenza tra l’orologio:
- Analogico (a lancette): simboleggia il tempo che scorre inesorabilmente, le cui lancette (dal latino secare, tagliare) “affettano” il tempo e quindi noi, che siamo tempo incarnato. Segna il movimento (il tempo che scorre).
- Digitale (sullo schermo): segnala un istante fermo, un’istantanea, un attimo (dal greco á-tomos, non tagliabile). È un tempo assoluto, che appare, non scorre.
Le due culture del tempo
L’autore introduce la distinzione di Claude Lévi-Strauss tra:
- Culture fredde: cercano di frenare il corso lineare del tempo (che vedono come decadenza), privilegiando il passato e la memoria. Rischiano la malinconia e il congelamento.
- Culture calde: amano accelerare, convinte che il futuro sarà migliore, promuovendo progresso e innovazione. La nostra cultura tecnologica è “caldissima” ma rischia l’ansia e il surriscaldamento.
Entrambe le culture rischiano di perdere il presente. La felicità si trova in un terzo tempo, un presente non quantificabile ma interiore, che dipende dalla nostra libertà e dalla posizione che decidiamo di assumere in ogni istante.
La Magia del “Nunc Stans”
Questo “terzo tempo” è ciò che Agostino chiamava “presenza del presente,” che si realizza attraverso il “cointuitus“—l’unione di attenzione (tensione verso ciò che ho davanti) e intenzione (impegno verso ciò che ho di fronte).
Citando Kierkegaard, l’autore spiega che l’istante (in danese øieblik, batter d’occhio) è il riflesso dell’eternità nel tempo, il punto di contatto in cui si opera una scelta: la libertà che ci apre all’infinito delle possibilità e rende l’attimo “eterno” se si sceglie la vita.
La scelta che rende l’istante eterno
Il problema, secondo l’autore, è che temiamo la nostra unicità e la libertà impegnativa che essa comporta. Preferiamo nasconderci nell’omologazione e nella routine per sfuggire alla nostra solitudine interiore, che è invece il luogo in cui tocchiamo l’eterno.
Citando il Nobel Jon Fosse, D’Avenia afferma che l’ideologia contemporanea spinge a “scomparire nelle cose,” come produttori e consumatori, per sfuggire a noi stessi e alla paura della nostra unicità.
Solo l’istante che sottraiamo al mondo e alle sue regole mortifere, con attenzione e intenzione, diventa eterno (nunc stans, l’adesso che rimane).
La qualità della vita
La vera salvezza del tempo non dipende né dalle lancette né dagli schermi, ma dalla scelta della vita: riempire l’attimo scegliendo di aumentare la vita in sé stessi e attorno a sé.
D’Avenia conclude con un esempio personale: un’ora di lezione in cui mette attenzione alla vita dello studente e intenzione affinché l’ora serva a farlo crescere. Questo sforzo genera gioia, perché quell’ora trabocca di senso, diventando vita che non muore.
Il tempo quantificato (circolare o lineare) viene abbracciato e assunto in un altro tempo non quantificato ma qualificato dalla vita che scegliamo. La vera eternità non è nel transumanesimo tecnologico, ma nella carne che, scegliendo la vita, si eterna in ogni istante (“trasumanare” dantesco). L’obiettivo è vivere un intero attimo di beatitudine, magari, come suggerisce in chiusura, “uno all’ora…”.
29 settembre 2025





