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La separazione dei magistrati

Massimo Gramellini, nella sua rubrica Il caffè, sul Corriere della Sera, scrive su qualche aspetto meritevole di particolare attenzione della nostra magistratura.

L’articolo prende spunto dal caso Garlasco, che si è “sdoppiato” con due sviluppi distinti:

  1. La procura di Pavia continua a indagare sull’assassino o gli assassini di Chiara Poggi, nonostante ci sia un condannato definitivo (Alberto Stasi).
  2. La procura di Brescia accusa di corruzione l’ex procuratore Mario Venditti, che per primo si occupò del caso, contestandogli non un errore, ma la malafede per aver presumibilmente deviato le indagini da Andrea Sempio in cambio di denaro.

Gramellini osserva come questa situazione sia particolare: non è la politica ad attaccare la magistratura, ma sono i giudici stessi a infangarsi tra loro. Questo offre un pretesto a chi vuole dissolvere l’alone epico che figure come Falcone, Borsellino e il pool di Mani Pulite avevano costruito attorno alla categoria.

La conclusione del pezzo è una riflessione più ampia sulla necessità di abbandonare le generalizzazioni:

Non esistono “i magistrati” (o “i giornalisti”, “i politici”), ma esistono gli individui.

Non è giusto che le (eventuali) responsabilità di un singolo individuo gravino su un’intera categoria, specialmente quando quest’ultima dimostra di avere ancora al suo interno degli anticorpi che funzionano (come l’azione della Procura di Brescia).

27 settembre 2025