La vulnerabilità della NATO nella guerra dei droni
Gianluca Di Feo scrive su La Repubblica un articolo in cui analizza la recente incursione di droni russi nello spazio aereo della NATO, evidenziando le gravi lacune nella difesa aerea dell’Alleanza. L’evento, descritto come un chiaro messaggio da parte del Cremlino, ha messo in luce come la NATO non sia preparata ad affrontare questo tipo di minaccia, soprattutto per via della sproporzione tra i costi dei droni russi e quelli dei sistemi di intercettazione occidentali.
Sfruttare il divario dei costi
Secondo l’articolo, durante l’incursione solo quattro droni russi sono stati abbattuti, mentre almeno quindici sono caduti dopo aver esaurito il carburante. Un drone ha persino penetrato lo spazio aereo polacco per quasi trecento chilometri. La sorveglianza radar, che includeva un velivolo polacco e uno italiano, ha funzionato, ma la mancanza di sistemi di intercettazione economici ed efficaci è risultata evidente.
Un missile aria-aria lanciato da un caccia F-16 costa un milione di euro, mentre un drone russo “Gerbera” costa solo 10-15 mila euro. I missili Patriot, che costano oltre tre milioni di euro, sono troppo grandi e pericolosi da usare su aree urbane, perché le parti del motore che si staccano possono causare danni a terra. Questa sproporzione economica rende i droni russi strumenti ideali per esaurire le scorte di munizioni occidentali e per testare le loro difese.
La risposta della NATO e le nuove strategie
Il generale polacco Jarosław Gromadzinski ha criticato l’uso di armi così costose, definendo l’azione “come sparare a una mosca con un cannone”. Le autorità polacche hanno cercato di giustificare la scelta di abbattere solo i droni con cariche esplosive, suggerendo che i sensori avanzati degli F-35 fossero in grado di distinguere tra i diversi tipi di droni. Tuttavia, l’articolo solleva dubbi su questa versione, poiché i droni “Gerbera” sono spesso disarmati e utilizzati principalmente per sprecare le munizioni avversarie e rivelare le posizioni dei radar.
L’operazione russa è considerata un test deliberato delle capacità di reazione della NATO, in particolare nella protezione dell’hub degli aiuti militari a Rzeszów, in Polonia. I risultati sono stati “incoraggianti” per il Cremlino, dimostrando che anche un piccolo numero di droni può mettere in crisi la difesa aerea della NATO.
Il futuro della difesa aerea
L’articolo conclude che i governi europei stanno investendo miliardi in armamenti tradizionali (tank, caccia F-35, missili), che si rivelano inefficaci contro i droni a basso costo, i quali causano la maggior parte delle vittime nel conflitto ucraino. La presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, ha proposto la creazione di un “muro di droni” sulla frontiera orientale.
In questa direzione, il generale italiano Antonio Conserva ha suggerito l’uso di droni-intercetta-droni, pilotati da intelligenza artificiale per proteggere in modo automatico le infrastrutture critiche. Secondo il generale, se ci saranno le risorse necessarie, questa soluzione potrebbe diventare operativa entro tre anni, segnando un passaggio a una “sfida nei cieli tra robot guardiani e robot d’attacco, entrambi a basso costo”.
12 settembre 2025





