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Colpevoli di realtà

Il divieto di utilizzare i cellulari a scuola tassativamente voluto dal Ministero è un’occasione educativa. Se alibi significa «altro qui» (non ero sulla scena, ero altrove, sono quindi innocente), oggi non ci accontentiamo più di un alibi, ma ci viviamo dentro: non siamo dove siamo, con il rischio di non essere chi siamo. Il cellulare ci rende «innocenti», e non di reato, ma di realtà (reato e realtà hanno la stessa radice: res, la cosa, il fatto) e se c’è una «cosa», un «fatto» di cui è bene essere rei, colpevoli, è proprio la realtà, perché è lì che accade il destino di ognuno, come raccontavo la scorsa settimana.

Il professor Alessandro D’Avenia scrive sul Corriere della Sera un interessante articolo in cui esplora il valore della solitudine e la sua importanza per l’unicità e la crescita personale.


Il valore della solitudine

L’autore sostiene che la solitudine, pur essendo dolorosa e spesso temuta, è una condizione fondamentale per scoprire chi siamo veramente. L’etimologia della parola “solo”, che deriva da una radice antica che significa “intero”, suggerisce che la solitudine non è vuoto, ma la condizione che ci rende “integri” e “capaci” di accogliere la vita alla nostra maniera.

L’incapacità di sopportare la solitudine ci porta a riempirci di stimoli esterni, come quelli offerti dai cellulari e dai social media, che ci allontanano dalla realtà. D’Avenia distingue la solitudine dall’isolamento: il primo è uno stato di apertura e unicità, mentre il secondo è una chiusura dettata dalla paura.


Il ruolo dei cellulari e la realtà

Il divieto di usare i cellulari a scuola, voluto dal Ministero, viene visto come un’opportunità educativa. L’uso costante del cellulare ci offre un “alibi”, un modo per non essere pienamente presenti “qui e ora”. Questo ci rende “innocenti di realtà”, evitando il confronto con la nostra unicità e il nostro destino. L’autore sottolinea che è proprio nella “realtà”, che ha la stessa radice di “reato” (dal latino res, “cosa”, “fatto”), che il nostro destino si compie.

Privare i ragazzi del cellulare per alcune ore al giorno può aiutarli a fare un “digiuno da schermo” che eviti la sovra-stimolazione nervosa e permetta loro di affrontare la realtà senza filtri. La scuola, in questo contesto, dovrebbe diventare un “momento di essere”, un luogo dove si incontra la vita e ci si sente parte di essa, scoprendo il proprio posto nel mondo.


Essere “colpevoli di realtà”

L’articolo si conclude con un invito a essere “colpevoli di realtà”, cioè a vivere pienamente il “qui e ora” senza paura. D’Avenia cita l’esempio di una lettrice salvata dalla solitudine, che le ha permesso di scoprire se stessa, e di Carlo Acutis, un giovane santo che ha vissuto la sua unicità senza cercare alibi.

Il messaggio finale è che crescere felici significa mettersi in contatto con la propria unicità, superando la paura e la sofferenza che la solitudine può comportare. Solo così si può diventare “integri” e “capaci” di affrontare la vita.

8 settembre 2025