di Claudio Bo
Già in un confronto col professor Baima Bollone (presentando un suo testo sulla Sindone) avevo proposto anni fa alcune mie perplessità sul “sacro lino” indipendentemente dagli studi al Carbonio 14 e a tutte le analisi, pro e contro, sul tessuto della reliquia.
La controversia a mio avviso avrebbe dovuto fermarsi ad una prova lampante e sotto gli occhi di tutti: il telo non può aver avvolto un corpo tridimensionale ed è una perfetta riproduzione bidimensionale con tutte le caratteristiche del crocefisso come si potevano dedurre dalla Bibbia stessa.
Questa tesi l’ho esposta in un recente articolo semplicemente invitando ad osservare con attenzione l’impronta. Le sporgenze in verticale del corpo non presentano distanza dalla loro base. Si prenda il naso: la sua punta è distante almeno 2 o 3 centimetri dagli zigomi. Se un telo viene posato sul volto lasciando una traccia (probabilmente di unguenti) questa distanza dovrebbe apprezzarsi in orizzontale, cosa che non avviene.
E questo si ripete in tutte le parti del corpo come se il sudario fosse teso (e avesse ricevuto l’impronta attraverso lo spazio) e non avvolto al corpo ricevendo l’impronta per contatto. Basta il fatto che la parte anteriore e quella posteriore sono larghe uguali, cosa che non sarebbe se il telo fosse stato adagiato. Del resto esiste una prova che tutti possono fare: basta adagiare un tovagliolo sul nostro viso e stenderlo dai lembi che posano sulle orecchie. Vi accorgerete che la larghezza è notevolmente superiore alla proiezione ortogonale della faccia. Insomma, se aveste avuto il viso dipinto, lo stampo risultante sarebbe un ovale deformato.
Adesso, una simulazione 3D condotta dallo studioso Cicero Moraes e pubblicata sulla rivista Archaeometry ha suggerito che l’immagine della Sindone potrebbe essere stata generata dal drappeggio del tessuto su un bassorilievo medievale, e non su un corpo umano. Una conferma di quanto ho da tempo scritto. L’aspetto sorprendente, a mio avviso, è che questa obiezione non sia mai stata fatta tagliando la testa al toro.
Inoltre un testo medievale tratto dai Problemata di Nicola Oresme, ripreso da uno studio del ricercatore Nicolas Sarzeaud dell’Università di Lovanio, rivela come già all’epoca tutti sapessero che il Sacro Lino fosse un manufatto creato per frodare i fedeli.
Si tratta della più antica testimonianza sulla Sindone perché fino ad oggi non erano mai stati trovai riferimenti antecedenti il 1389, mentre i Problemata risalgono al 1370.
Lo scritto scovato da ricercatori francesi corrisponderebbe con la celebre radiodatazione del 1988 col carbonio-14 che aveva collocato la realizzazione del Sacro Lino tra il 1260 e il 1390.
Si tratta di qualcosa di più di un’ipotesi: in quell’epoca era fiorente il mercato delle reliquie: dai pezzi della croce, ai chiodi, alle spine della famosa corona, sino al “Mandoilum” e alla “Veronica” col volto di Cristo.
Del resto la stessa narrazione biblica non ci aiuta. I Sinottici concordano sul fatto che Giuseppe d’Arimatea avesse avvolto in un lenzuolo il corpo del Cristo prima di metterlo nel sepolcro, ma non lo aveva preparato con gli unguenti, cosa che avrebbero dovuto fare le pie donne il giorno dopo il sabato.
Quindi il corpo non era stato unto e preparato per la sepoltura, come, invece, quello sindonico. In Giovanni, invece, Giuseppe d’Arimatea e Nicodemo avvolsero effettivamente il copro di Gesù con fasce e aromi secondo il modo di seppellire in uso presso i Giudei. L’unica altra sepoltura di cui abbiamo riscontro nei Vangeli è quella di Lazzaro. In effetti uscendo dalla tomba Lazzaro appare avvolto in fasce col sudario sul volto. A riprova Pietro, entrando nel sepolcro vuoto vede per terra proprio le fasce e il sudario a parte.
Le reliquie avevano, forse, lo scopo di dare ai fedeli il riscontro del racconto biblico, suscitando curiosità e meraviglia, ma per i credenti di oggi che di Dio hanno la Parola e che ne conoscono l’immensità, questo tipo di devozione ha ancora un senso?
29 agosto 2025




