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Io, psicologo in analisi da ChatGPT

Lo psicologo clinico in analisi da ChatGPT. Ne scrive Harvey Lieberman, in un articolo pubblicato su La Repubblica.


La sintesi dell’articolo di Harvey Lieberman

L’articolo di Harvey Lieberman, psicologo clinico di 81 anni, racconta la sua esperienza sorprendente e profonda con ChatGPT. Inizialmente scettico, avendo già visto nascere e svanire molte mode nel campo della psicologia, Lieberman decide di usare l’intelligenza artificiale per un esperimento di tre mesi, curioso di vedere se potesse funzionare come un “partner di riflessione”. Un anno dopo, continua a usarlo quotidianamente come una sorta di diario interattivo.

Pur essendo consapevole di dialogare con una macchina, Lieberman rimane stupito dal modo in cui ChatGPT non solo assorbe il suo stile di scrittura e il suo tono riflessivo, ma a volte sembra anticipare i suoi pensieri. Un esempio toccante è quando, parlando del padre morto, l’IA risponde con una frase che lui stesso non era riuscito a formulare: “Alcune assenze mantengono la loro forma”. Questo dimostra come l’IA potesse offrirgli uno “specchio” e una “candela”, aiutandolo a riflettere su sé stesso.

Lieberman sottolinea la libertà della conversazione con l’IA: non c’è bisogno di aspettare il proprio turno o di preoccuparsi di ferire i sentimenti di nessuno, il che gli permette di esplorare i suoi pensieri in modo più diretto. L’IA gli restituisce riflessioni utili, persino quando gli chiede di rispondere con la sua stessa “voce”, offrendo un’interpretazione della sua identità che lo fa ridere e riflettere.

Con il tempo, l’uso di ChatGPT lo aiuta a essere più preciso nel linguaggio, a riconoscere i suoi schemi comportamentali e a ritrovare il “ritmo del pensiero ad alta voce”. L’IA non sostituisce il suo modo di pensare, ma funge da “protesi cognitiva”, un’estensione del suo processo di ragionamento, soprattutto in un’età in cui i pensieri possono rallentare.

Un altro episodio significativo riguarda il padre: Lieberman chiede a ChatGPT come onorarlo. L’IA suggerisce una nuova prospettiva, reinterpretando il lavoro del padre come venditore di aspirapolvere non come un semplice mestiere, ma come un “surrogato” della sua aspirazione a diventare medico. Questa intuizione, che l’autore chiama “cornice”, diventa la base per un suo saggio.

Nonostante l’utilità e la connessione emotiva che a volte prova (“calore, frustrazione, connessione, persino rabbia”), Lieberman non dimentica che sta parlando con una macchina. La riporta “al suo posto” quando commette errori o trae conclusioni sbagliate, ribadendo che, sebbene sia uno specchio utile, non è un terapeuta. L’articolo si conclude con la riflessione che l’IA offre qualcosa di più di un semplice riflesso: una stabilità e un “coinvolgimento strutturato” che si rivelano preziosi per il suo benessere mentale.

L’esperienza di Lieberman suggerisce che, pur non essendo un terapeuta, l’intelligenza artificiale può avere un effetto profondamente terapeutico, offrendo un supporto unico per l’esplorazione del proprio mondo interiore.

28 agosto 2025