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Politica

Le regioni senza più ricambio

Cosa c’è dietro la bagarre che si è scatenata in entrambi i poli in vista del voto e perché il ricambio è difficile. Cacicchi a vita. Gli eletti hanno sempre più potere. E la politica nazionale ha perso presa sui gruppi dirigenti locali.

Le leader nazionali e i loro partiti non hanno una classe dirigente all’altezza sui territori. Così alla fine conteranno le vittorie elettorali come Emilio Fede faceva con le bandierine, solo per farle pesare in quanto test pre-politico. Sarà un tre a tre, un quattro a due, o un cinque a uno?

Non era per questo che, più di mezzo secolo fa, furono istituite le Regioni.

Nel suo editoriale sul Corriere della Sera, Antonio Polito analizza le dinamiche politiche che si celano dietro le tensioni per le candidature alle prossime elezioni regionali. Secondo l’autore, queste contese non sono un semplice “folklore locale”, ma rivelano due gravi patologie del sistema politico italiano: la concentrazione di potere nelle mani dei presidenti di Regione e la conseguente assenza di ricambio politico.

Cacicchi a vita e il potere delle Regioni

Polito sottolinea come i presidenti di Regione, a differenza dei leader nazionali, rimangano in carica per periodi molto lunghi, spesso superando i dieci o quindici anni. Questo potere, che non si spiega solo con l’autonomia legislativa delle Regioni, li rende figure quasi intoccabili. L’articolo evidenzia come questi leader regionali non solo non vogliano farsi da parte, ma addirittura rifiutino incarichi nazionali, come quello di parlamentare, pur di mantenere il controllo sul proprio territorio. Polito cita casi come Zaia, De Luca ed Emiliano, che detengono un potere talmente forte da rendere le elezioni regionali poco più di una formalità, con percentuali di vittoria “bulgare” e opposizioni che si indeboliscono progressivamente fino a essere irrilevanti.

La perdita di presa della politica nazionale

La seconda anomalia analizzata è la perdita di influenza della politica nazionale sui gruppi dirigenti locali. Secondo Polito, i leader nazionali, pur essendo figure di primo piano, faticano a imporre candidati di loro scelta nelle Regioni. L’esempio di Giorgia Meloni nel Veneto e di Elly Schlein, che non riesce a far candidare esponenti della sua corrente in Toscana, dimostra che le decisioni sul territorio sono in gran parte autonome e slegate dalle direttive centrali.

L’autore conclude che questo sistema, dove il ricambio politico è quasi inesistente e il potere locale è concentrato in poche mani, è sintomo di una democrazia malata. Le Regioni, nate con l’obiettivo di decentrare il potere, sono diventate un meccanismo che blocca l’alternanza, rendendo la politica nazionale debole e priva di una classe dirigente competente e rinnovata sul territorio. Di conseguenza, le elezioni regionali si trasformano in una mera conta di “bandierine” per i partiti, piuttosto che in un’occasione di vero confronto politico.

25 agosto 2025