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Quel gioco perverso che fa della donna una merce da esibire

Il “gruppo Mia moglie” e la mercificazione della donna

Il professor Massimo Recalcati analizza, su la Repubblica, il fenomeno dei gruppi online, come il “gruppo Mia moglie”, in cui gli uomini condividono e commentano le foto rubate delle proprie compagne. Questo comportamento, che sembra un prodotto dell’era dei social network, ha in realtà radici in un maschilismo antico e feroce. L’obiettivo è trasformare le donne in oggetti da valutare, commentare e mettere in classifica, riducendole a corpi senza storia.

Recalcati identifica questo fenomeno come una forma perversa di scambismo virtuale. L’uomo ruba le immagini della propria partner non per un desiderio erotico autentico, ma per sottoporre la donna allo sguardo di altri uomini. Non si tratta di un’esperienza sessuale reale, ma di una dinamica basata sul voyeurismo, dove l’uomo non è padrone del proprio sguardo, ma ne è ossessionato. Egli tenta di superare l’angoscia e l’imprevedibilità del desiderio femminile riducendo la donna a un’immagine statica, a un oggetto che può essere controllato.

Le tre ragioni di questo fenomeno perverso

Recalcati esplora tre motivazioni principali che guidano questo comportamento:

  1. L’assioma maschilista del “Sono tutte puttane!”: La prima ragione è il desiderio di degradare la donna a un oggetto sessuale sempre disponibile, una “bambola del sesso”. Dietro questa visione si nasconde il tentativo di controllare la libertà e l’inafferrabilità del godimento femminile. L’uomo cerca di negare l’autonomia della donna riducendola a un corpo da consumare, ribadendo una concezione padronale della relazione.
  2. Il voyeurismo come fuga dal rischio: La seconda motivazione riguarda la logica del voyeur, che non guarda l’altro, ma se stesso nell’atto di possedere qualcosa di non possedibile: il mistero del desiderio altrui. Invece di affrontare la complessità e il rischio di un incontro reale, preferisce una dinamica virtuale che gli dà l’illusione di poter “mettere in pausa” e controllare il desiderio. L’uomo che espone la sua compagna al giudizio del “branco” non è un amante, ma un “manager” della propria vita affettiva, schiavo del giudizio altrui. La donna, a differenza di una prostituta, ha un nome e una storia, e questa contaminazione tra realtà e finzione genera un godimento perverso.
  3. Il disperato tentativo di rianimare il desiderio: La terza ragione è il bisogno di ravvivare un desiderio che si è affievolito o estinto a causa della routine della vita di coppia. L’uomo spera che lo sguardo degli altri riattivi il suo interesse, rendendo la sua donna nuovamente “desiderabile”. La formula è: se tu desideri ciò che ho, ciò che ho riacquista valore. La donna diventa una “merce suprema”, un biglietto d’ingresso in un club maschile in cui gli uomini si confrontano e si valutano in base al valore della “merce” che possono esibire.

La conclusione

In conclusione, Recalcati definisce questo fenomeno una patologia della fraternità maschile, un circolo vizioso in cui gli uomini evitano l’incontro autentico con le donne. La preferenza per il catalogo di immagini rispetto all’enigma singolare del desiderio dell’altro è una strada senza uscita che porta alla prigione del voyeurismo, lontano dalla libertà e dal rischio di un desiderio condiviso. L’uomo, in questo modo, finisce per essere schiavo dello stesso sguardo che credeva di poter dominare.

24 agosto 2025