Nell’editoriale pubblicato sul Corriere della Sera, Ferruccio de Bortoli critica duramente l’accordo commerciale siglato tra la Commissione europea e l’amministrazione statunitense di Donald Trump.
La critica all’accordo e al comunicato congiunto
Secondo de Bortoli, il comunicato congiunto che annuncia l’accordo è un “capolavoro di diplomazia tartufesca”. Nonostante si parli di presunti benefici per l’Unione Europea, l’accordo rappresenta in realtà una capitolazione commerciale. L’Europa ha accettato di acquistare dagli Stati Uniti ingenti quantità di gas naturale liquefatto e altri prodotti energetici per miliardi di euro. L’autore sottolinea che le tariffe doganali imposte peseranno solo sulle esportazioni europee, mentre quelle statunitensi saranno in molti casi agevolate.
Per avvalorare la sua tesi, de Bortoli contrappone la visione “ingenuamente ottimistica” della Commissione europea con le parole molto più realistiche e preoccupate di Mario Draghi al Meeting di Rimini. Draghi ha sottolineato come l’illusione che la potenza economica dell’Europa si traducesse in potere geopolitico sia ormai svanita. L’Unione ha dovuto cedere ai dazi imposti dagli Stati Uniti e ha dovuto aumentare la spesa militare, in un modo che non sempre riflette l’interesse europeo.
Le conseguenze per l’Europa
L’autore sostiene che il modo in cui questa “capitolazione” viene spiegata ai cittadini rischia di disgregare l’idea europea e di aumentare la sfiducia nelle istituzioni. Questa situazione alimenta anche le forze sovraniste e nazionaliste. L’ipocrisia della classe dirigente europea, che non ammette i propri errori, è un ulteriore problema. De Bortoli conclude che il dazio più pericoloso che l’Europa rischia di pagare non è quello economico, ma quello di non credere più in sé stessa, una conseguenza che l’amministrazione Trump potrebbe imporre con la sua politica aggressiva.
Un’attenta analisi dell’accordo Usa-Ue solleva un punto di vista molto diffuso e dibattuto, che trova riscontro in molte delle critiche mosse all’accordo e alla gestione della trattativa da parte di Ursula von der Leyen.
La Commissione europea, e in particolare la sua presidente, ha mostrato una mancanza di leadership e si è piegata alle richieste di Donald Trump per evitare un’escalation commerciale ancora più dannosa. Questo punto di vista è supportato da diverse argomentazioni e reazioni.
L’accordo come capitolazione: Molti analisti e commentatori hanno descritto l’intesa come una vittoria schiacciante per Trump e una sconfitta per l’UE, sottolineando la natura squilibrata delle concessioni fatte. Le critiche si sono concentrate in particolare sull’impegno europeo ad acquistare grandi quantità di energia dagli Stati Uniti e sull’asimmetria dei dazi, che colpiscono pesantemente le esportazioni europee senza contropartite equivalenti.
La divisione degli Stati membri: come è stato sottolineato, la posizione della von der Leyen è stata influenzata dalla divisione tra i 27 Stati membri. Non tutti i Paesi avevano la stessa volontà di adottare una linea dura. In particolare, alcuni settori industriali cruciali per economie come quella tedesca, temevano uno scontro aperto con gli Stati Uniti e facevano pressione per un accordo, anche a costo di fare concessioni. Questo ha indebolito la posizione negoziale dell’UE.
La percezione di debolezza: La negoziazione, in particolare la visita della von der Leyen al golf club di Trump, è stata vista da molti come un segnale di debolezza. La stessa presidente della Commissione è stata criticata per aver accettato condizioni che sembravano umilianti e per non aver risposto in modo più deciso alle dichiarazioni provocatorie di Trump. Questo ha alimentato l’idea che l’UE non sia stata in grado di presentare un fronte unito e forte.
La minaccia come strumento di negoziazione: L’amministrazione Trump ha utilizzato le minacce di dazi più alti come un’efficace leva di pressione. La Commissione europea ha accettato un accordo per evitare lo “scenario peggiore”, dimostrando di non essere disposta (o in grado) a rischiare una guerra commerciale totale, a differenza di altri attori globali come la Cina, che hanno adottato una linea più dura.
Una valutazione sulla presunta mancanza di coraggio e leadership di Ursula von der Leyen trova ampi riscontri nel dibattito pubblico e nelle analisi politiche. La sua posizione, pur essendo quella di rappresentare l’intera Unione, è stata inevitabilmente condizionata dalle pressioni interne e dall’obiettivo di preservare la stabilità economica, anche a costo di un accordo che è stato percepito come altamente sfavorevole.
24 agosto 2025




